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Ho parlato del cosa: la luce.
Ora parlerò del perché: le stelle.

I romani lo chiamavano Vulcano, dio del fuoco, colui che forgia le armi degli dei. Un fabbro divino, forte, capace, celebrato e rappresentato dall’antichità ad oggi. Pensavano abitasse nel ventre della terra, nel cuore infuocato delle montagne, ma forse avrebbero dovuto collocarlo dove le temperature son ben più calde, le forze più accentuate e dove, realmente, si forgiano le basi per la vita, l’universo e tutto quanto: le stelle.


Instancabili fucine termonucleari, nascono, evolvono e scompaiono a prescindere da noi, a prescindere dai nostri occhi, dal nostro osservarle. Ciò nonostante siam qui, le guardiamo, le osserviamo, le studiamo. Le stelle sono uno di quei temi a cui è possibile affezionarsi sin da subito, che tu sia lo stolto che guarda il dito o il saggio che indica la Luna. Puoi fermarti ad osservare un puntino che brilla, puoi sfruttare le diavolerie della moderna tecnologia per studiarne la natura. Ad ogni modo, ti abbaglieranno con il loro mistico, scientifico splendore. Molti le vedono, alcuni le conoscono, tutti, che lo sappiano o no, devono a loro la propria esistenza. Non parlo solo del Sole, la cui importanza è palese, ma parlo di qualcosa di ben più profondo, che sarà chiaro a chi troverà il tempo, e la voglia, di leggere ancora qualche riga.

Il Sole è la stella madre del nostro sistema solare. Ne abbiamo esperienza sin da piccoli, lo diamo per scontato, lo vediamo ogni giorno. Eppure, tanta magia c’è nel Sole quanta ce n’è nei nostri figli. Talmente abituati a vederli, a ruotarvi e corrervi attorno, ci si dimentica di quanto siano speciali, mitigando un’infinità di aspetti strabilianti con il grigiume della quotidianità ed abitudine. Il Sole è una stella. Lo so che lo sapete ma, probabilmente, non ci pensate. Non è nemmeno una stella particolarmente grande, anzi, è classificata come nana gialla. Ma è la nostra stella. Nostra. Illumina e riscalda, è responsabile di tutto quanto si possa godere qui, su questo pianetino sul quale abitiamo. Osservato e venerato sin dall’antichità, è la scintilla che ha infiammato la vita sul nostro pianeta. Senza dubbio alcuno.

Il Sole è alla base di tutto: calore, vita, cibo, clima, tempo. Come misuriamo il tempo? In Giorni. Cos’è un giorno? E’ il tempo impiegato dalla Terra per ruotare su sé stessa, ovvero, il tempo che il Sole, nel suo moto apparente, impiega per tornare alto nel cielo, come il giorno precedente (perdonatemi la semplificazione). E gli anni? Il tempo per ruotare attorno al Sole. Sole, Sole, sempre il sole. Noi attorno a lui, lui intorno a quasi tutte le nostre attività. Non siamo di certo soli, nel nostro gironzolare attorno a questo astro. Altri pianeti, oggetti, polveri, gravitano attorno a lui. Ciò nonostante, è interessante notare come il 99.9% della materia dell’intero sistema solare è contenuta – appunto – nel Sole. Noi, minuscoli granelli di sabbia, facciamo parte del restante 0.1%.

Lui, diciamocelo, per il resto dell’universo, non ha nulla di speciale. E’ nostro, è vicino, ne abbiamo bisogno. Per questo, e solo per questo, gli attribuiamo una certa importanza. Ma non è nulla di che. E’ solo una, tra miliardi, miliardi, miliardi, miliardi, miliardi e miliardi di altre stelle, che bruciano, fondono illuminano, forgiano, infiammano e devastano il creato.

Ma cosa sono? Di cosa sono fatte?

La loro definizione è di corpi celesti che brillano di luce propria. La Luna, non lo è. Vive di luce riflessa. Le comete, non lo sono. Riflettono, mentre si frantumano ed evaporano. Le nebulose, asteroidi, nemmeno. Le stelle emettono luce, la generano. Sono immense, potentissime lampadine accese nella volta celeste. Ma qual’è l’energia che le alimenta?

Quella termonucleare. BADABOOOM.

Più precisamente, la magia avviene nel nucleo delle stelle, dove, a causa delle elevatissime pressioni, si innescano processi di fusione nucleare. Questo processo genera un’inaudita quantità di energia che viene dispersa nello spazio sotto forma di radiazione elettromagnetica (luce!), vento stellare e neutrini.

Ma cosa fonde nelle viscere delle stelle? Idrogeno, hýdor, H. L’idrogeno è l’elemento più comune, semplice e leggero dell’universo osservabile. Ce n’è un fottio. Un cazzilione galattico, ed è proprio di idrogeno che sono fatte le stelle. Quantomeno, è di idrogeno che son composte nella loro forma primordiale.

Le stelle nascono per attrazione gravitazionale tra le particelle, pulviscoli ed atomi dispersi nel vuoto interstellare, all’interno di nubi molecolari composte, per l’appunto, da un cazzilione di idrogeno (circa il 70-80%) elio (circa il 20%) ed un cicchetto di altri elementi più pesanti. Piano piano, uno ad uno, si attirano. Accrescono. Lievitano. Intere nubi e nebulose condensano in singoli oggetti che acquisiscono dimensioni difficilmente immaginabili per noi umani, non abituati a ragionare in termini così mastodontici.

Queste nebulose, nidi ed alveari in cui le stelle nascono e crescono, sono degli eccellenti soggetti per astrofotografia. La luce delle stelle nate al loro interno illumina la nebulosa, evidenziandone i lineamenti, filamenti, estensioni.

Notate le innumerevoli stelle, estrememente luminose, che spiccano e brillano all’interno di queste stupende formazioni. Lì, inizia la vita. La nebulosa, d’altro canto, è destinata a sparire, risucchiata e condensata all’interno delle stelle o spazzata via dal loro vento solare. Omnia mutantur. Notate i colori? Vedete il rosso? Queste sono nebulose ad emissione, formate da gas ionizzato. Le stelle che stanno nascendo al loro interno emettono fotoni che eccitano e ionizzano il gas, in questo caso l’ idrogeno. L’idrogeno ionizzato, indovinate un po’, appare rosso.

Un altro tipo di nebulosa, a riflessione, non emette luce a causa della ionizzazione ma, semplicemente, riflette quella di stelle non abbastanza vicine o intense da ionizzare le sue particelle. Banalmente, ne riflette la luce. La luce riflessa è, di solito, blu (colore che viene riflesso molto più facilmente rispetto al rosso).

Le nebulose, siano ad emissione o riflessione, poco conta, possono a tutti gli effetti essere identificate come la nursery delle stelle, come il reparto prenatale e pediatrico in cui i piccoli mostri termonucleari vedono la luce. E la producono.

Il percorso che determinerà la vita, e morte, di un astro dipende direttamente dalla sua dimensione. Riassumiamo: nebulosa. Materiale denso. Collasso gravitazionale. A questo punto si formerà un ammasso di gas e materiale che collassa su sé stesso, che accresce e si nutre di altro materiale attirato dalla gravità della protostella che va, via via formandosi. Questo processo è caratterizzato da un disco di materia che ruota attorno alla protostella, convogliando al suo interno materiale volto a farla accrescere.

Qui, il primo bivio: se la massa accumulata è inferiore a 0,08 masse solari (abbreviate M☉, dove per solare si intende il nostro Sole), la protostella non raggiunge l’ignizione delle reazioni nucleari di fusione dell’idrogeno-1 e si trasforma in una nana bruna. Questa stella riuscirà a fondere, a causa della propria dimensione e pressione, solo litio e deuterio e produrrà un calore e  luce miseri, rispetto alle sue sorelle maggiori. Nonostante il nome, all’occhio umano apparirebbero rosso scuro. Questi corpi celesti non sono vere e proprie stelle, pur essendo notevolmente più grosse di qualsiasi pianeta.

Se invece la stella possiede una massa fino a 8 M, si dà il via alla formazione una stella pre-sequenza principale, spesso circondata da un disco protoplanetario. Se la massa è superiore a 8 M, la stella raggiunge direttamente la sequenza principale senza passare per questa fase.

Ma cos’è la sequenza principale? Quest’ultima è la sequenza di relativa calma della stella, momento in cui l’idrogeno viene fuso e trasformato in elio. Questa fusione genera, a partire da atomi di idrogeno, atomi di elio. La differenza, in termini di massa, viene dissipata sotto forma di radiazione elettromagnetica: calore, luce. Ovvero? Due atomi di idrogeno fondono in uno di elio. La massa dei due atomi di idrogeno è superiore a quella del singolo atomo di elio. La differenza, secondo le equazioni di Albert Einstein, viene dispersa nello spazio sotto forma di energia. Le stelle passano circa il 90% della loro esistenza in questa fase, in equilibrio e tranquille tranquille. La velocità con la quale l’idrogeno viene fuso è direttamente proporzionale alla dimensione della stella. Più è grossa e massiccia, prima fonderà e finirà l’idrogeno. Sono comunque processi che possono durare, a seconda della stella, da decine di milioni a centinaia di miliardi di anni. Più o meno i tempi di attesa sulla Salerno-Reggio Calabria.

In questa fase ogni stella genera un vento di particelle cariche che abbandonano l’astro. Più la stella è massiccia, più perderà materiale a causa di questo vento solare. Il Sole, in quanto pulcino spaziale, ne perde davvero, davvero, poco.

Ad un certo punto, ad ogni modo, l’ idrogeno finisce. Svampato. Fuso. Bruciato. Kaput. Ora, si fonde l’elio.

Qui, un altro bivio: sotto le 0.4 M le stelle si scaldano divenendo per breve tempo delle stelle azzurre, per poi contrarsi gradualmente in nane bianche.

Tra le 0.4 M e le 8 M, invece, le cose si complicano. La stella attraversa la sua personalissima pubertà ed adolescenza, scalpitando, innervosendosi e attraversando fasi di indubbia instabilità. Il nucleo collassa e si riscalda, iniziano a fondere anche gli strati attorno al nucleo e questo surplus energetico spinge gli strati superficiali ad espandersi e raffreddarsi, allontanandosi dal nucleo e dalle fusioni interne. La stella, notevolmente ingrandita, assume un colore rosso ed è caratterizzata da una temperatura più bassa. Questo è il destino del nostro Sole: diventerà una gigante rossa, fredda (si fa per dire) e brillante. L’espansione di una gigante rossa, in questo caso il nostro Sole, è incredibile. Il variare delle sue dimensioni sono ben rappresentate dalla prossima immagine. Questo, è il Sole tra 5 miliardi di anni. Il misero puntino giallo, in basso a sinistra, lui, ora, a 4.6 miliardi di anni.

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A questo punto l’elio sta fondendo in carbonio ed ossigeno, ed ecco che, piano piano, altri e nuovi elementi stanno facendo capolino, nello spazio. Qualora le reazioni rallentassero, la stella si contrarrebbe e riscalderebbe ulteriormente, diventando una gigante blu. Lo stesso può accadere nelle prime fasi che intercorrono tra l’abbandono della fase principale e l’inzio dei processi che porteranno ad una gigante rossa.

Se le masse solari dovessero essere ancora di più, la stella si avvierebbe verso il diventare una supergigante rossa. Qui, le dimensioni dell’astro sarebbero ancora più impressionanti ed al suo interno inizierebbero una serie di reazioni e fusioni nucleari che creeranno, via via, elementi sempre più pesanti, fino alla creazione di un intero nucleo composto da atomi di ferro. Attorno al nucleo, a cipolla, tutti gli altri elementi prodotti tramite la nucleosintesi, con una massa decrescente man mano che si procede verso l’esterno della stella. In questi astri, le fusioni avvengono nei diversi strati, generando i diversi materiali. Non solo nel nucleo. In caso di rallentamento nelle fusioni, analogamente a prima, la stella attraverserebbe una fase di supergigante gialla per poi divenire una supergigante blu.

Le stelle supermassicce, invece, (con più di 30 masse solari)  attraversano la fase di variabile blu luminosa, accrescono al loro interno un nucleo ferroso e si preparano… per i fuochi d’artificio. Ma non saranno le sole a dar spettacolo.

Ora, gli stadi terminali.

Chiusi i rubinetti del carburante nucleare, finita la possibilità di sintetizzare elementi, le stelle tra 0,08 e 8 M vanno incontro al collasso del nucleo, non essendoci più un equilibrio tra reazioni nucleari (che spingono verso l’esterno) e pressione dovuta alla gravità (che preme verso l’interno). Il nucleo si comprime e gli strati esterni vengono espulsi, in alcuni casi in modo decisamente spettacolare. Ciò che resta è una nana bianca, una stella ancora calda, ma piccina, delle dimensioni del nostro pianeta. Lentamente, la stella si raffredda, cedendo il proprio calore e trasformandosi in una fredda (quanto ipotetica, l’universo è troppo giovane per avere stelle in questo stato) nana nera.

Se la moritura ha una massa tra 0,08 e 0,4 M si trasformerà in nana bianca senza il botto. Se, invece, ha tra lo 0,4 e le 8 M lo spettacolo è garantito: il collasso del nucleo genera un’energia tale da spingere violentemente gli strati superficiali della stella verso l’esterno, dando luogo ad un’esplosione che origina una nebulosa planetaria. Il nome è fuorviante ed ha origine nell’incorretta interpretazione di questo fenomeno. Inizialmente si pensava che rappresentasse la genesi di un sistema solare, in cui la nebulosa sarebbe collassata nei diversi pianeti che avrebbero orbitato attorno alla stella al suo centro. Sbagliato. La stella è nel suo stadio terminale, non primordiale. Gli eventuali pianeti li ha già distrutti, bruciati, disintegrati nel suo dilatarsi ed, infine, esplodere. Durante questo fenomeno, il gas espulso dalla stella continua ad espandersi e a ionizzarsi, a causa della vicinanza alla stella che l’ha generato. La nebulosa risultate, pertanto, sarà ad emissione! Cosa significa? Che sarà, anche lei, un ottimo soggetto fotografico, se pur limitato nelle dimensioni (e probabilmente non all’altezza di tutti, per la strumentazione necessaria). I colori della nebulosa dipenderanno dai materiali che contiene e da come verranno ionizzati dalla stella madre. La forma, invece, dipende dalle forze a cui è soggetta: quella di espulsione dall’astro, i venti solari, i campi magnetici, le forze gravitazionali della zona, e via dicendo. Lo spettacolo è garantito.

Questo è quanto succede ad una stella fino a 8 M. Cosa succede a quelle più cicciotte? La fusione del nucleo continua. Ad un certo punto, non è più in grado di sostenere il suo stesso peso e collassa repentinamente. Ma di brutto. Il botto è talmente catastrofico che la sua onda d’urto investe e proietta nello spazio gli strati esterni della stella che, a sua volta, diviene brillantissima. Ma brillante brillantissima. E’ in grado, in questo breve lasso della sua vita, di divenire più luminosa dell’intera galassia a cui appartiene. Non so se mi spiego: una galassia contiene centinaia di miliardi di stelle. Quella – solo lei – diventa più luminosa della luce emessa dall’intera galassia! L’energia sprigionata in questo momento è talmente tanta da permettere la sintesi di nuovi elementi, ancora più pesanti rispetto a quelli fin ora sintetizzabili nel nucleo della stella. Abbiamo tra le mani – si fa per dire – una supernova. Anche qui, ed ancora una volta, il nome è ambiguo. Deriva dal fatto che, in passato, gli antichi pensavano che questo fenomeno accompagnasse la nascita (nova, dal Latino: nuova) di una stella. Sono documentati casi di una supernova visibile ad occhio nudo, di giorno, durante il periodo del suo massimo splendore (quella che ha generato la nebulosa del Granchio). Una supernova è in grado, nel giro di qualche settimana o mese, di produrre la stessa energia che avrà prodotto il Sole in tutta la sua esistenza. E’ proprio questa la chiave per la nucleosintesi delle supernovae. E’ qui, è questa, davvero, la fucina stellare. Qui si generano tutti gli elementi a noi conosciuti.

Quì si costruiscono i mattoncini con i quali noi stessi, e tutto ciò che ci circonda, è fatto. Senza queste esplosioni, noi non saremmo qui. C’è chi disse che siamo figli delle stelle. Vero. O meglio, polvere di supernova.

I resti delle supernove sono decisamente spettacolari. Ciò che resta di questi oggetti, oltre al nucleo, sono le polveri e materiale in rapido movimento che, effimere, si dissolveranno nello spazio interstellare, andando ad arricchire altri oggetti celesti.

Abbiamo discusso di cosa succeda agli stati esterni, ma cosa succede al nucleo? Se la massa di quanto è rimasto è compresa tra 1,4 e 3,8 M, collassa in una stella di neutroni. Queste stelle sono formate, ovviamente, solo da neutroni in uno stato degenere. Sono così compatte da contenere, in un centimetro cubo, l’equivalente di un cubo di marmo di più di 400 metri di lato! Ciumbia! Queste stelle sono decisamente piccine, pochi km di diametro, e ruotano vorticosamente su loro stesse, con periodi di rotazione anche di pochi millisecondi.

E se la massa del nucleo rimanete fosse di più di 3,8 M?

Qui, entrano i campo i buchi neri. La massa dell’oggetto è tale da contrarlo ulteriormente, generando una forza attrattiva che non lascia scappare nulla. O meglio, oltrepassato l’orizzonte degli eventi – quel particolare limite oltre il quale non c’è più scampo – nulla può deviare la propria traiettoria, finendo inesorabilmente nell’oggetto. Ovviamente, non possiamo osservarli direttamente, ma possiamo, indirettamente, dedurne la presenza dalle interferenze con gli oggetti a loro vicini. Da qui. Da debita distanza.

OK. Penso di aver scirtto abbastanza. C’è molto, moltissimo ancora da dire (del colore, un po’ avevamo già parlato, ma è importante approfondire magnitudine, massa, sistemi e via dicendo) a riguardo, ma rimando gli approfondimenti ai prossimi interventi.

Guardate fuori, ora. C’è il Sole? Tra qualche miliardo di anni, crescerà, ingloberà Mercurio, Venere, Terra e Marte, poi, esploderà, distruggendo l’intero sistema solare, creando una nebulosa planetaria che, qualcuno, forse, fotograferà, ignaro di tutto, ignaro di noi.

Fortunatamente non saranno problemi miei.

Pellicola 2.0

Luce, la vediamo.
Ma come si cattura?

Prima delle fotocamere digitali, beh, si usava la pellicola fotografica all’interno di macchine analogiche (SLR, single lens reflex).

La sensibilità delle pellicola alla luce era proporzionale alle dimensioni dei cristalli di alogenuro al suo interno. Ma a prescindere da cosa ci fosse, è il come si comportasse, che interessa. Nelle pellicole a colori, erano (sono! Qualcuno ci si diverte ancora) presenti tre strati fotosensibili, ognuno dei quali sensibile ad una propria frequenza di luce. Combinando questi assorbimenti, si può ricreare qualcosa di simile a quanto visto dall’occhio umano.

Una volta che i cristalli siano stati attivati dalla presenza di fotoni (in seguito ad un’esposizione controllata da parte di macchina ed obiettivo) ecco che è necessaria una serie, piuttosto complessa, di procedimenti chimici per arrivare ad avere un negativo utilizzabile per la stampa vera e propria delle immagini.

Tutto questo, ovviamente, senza preview di quanto si stia fotografando, senza poter cancellare le pose errate, con un numero di scatti a disposizione davvero limitato, nessuno o limitati automatismi ed i pro (pochi, discutibili), e contro (molti, oggettivi) di essere nel giurassico fotografico.

Ora, fortunatamente, le cose sono diverse. Non sarei qui, se non fosse così.
Non ci avrei nemmeno provato, diciamoci la verità!

Le moderne fotocamere digitali e, nella fattispecie, le reflex digitali (DSLR, digital SLR), regalano un’esperienza d’utilizzo decisamente migliore e più dinamica rispetto alle loro cugine analogiche. In primis, la possibilità di scattare un numero infinito di fotografie, limitato solamente dalla dimensione della memoria digitale sulla quale le stiamo archiviando (memory card o dispositivo remoto). Niente più pellicola, niente più rullini.

Aggiungiamoci la possibilità di riprodurre, in digitale, quanto la macchina stia riprendendo. Il cosiddetto Live View (terminologia Canon) rende possibile visionare sulla fotocamera o – meglio – su un dispositivo esterno (tablet, laptop, etc..) quanto visibile alla macchina in quel momento. Questo permette di godere di un fattore di ingrandimento e definizione tali da controllare puntamento, messa a fuoco e qualsiasi altro valore in anteprima, senza dover visionare necessariamente gli scatti a posteriori.

E’ anche possibile modificare la sensibilità della ripresa (gli ISO), per ogni scatto, senza dover cambiare ogni volta rullino.

L’ottica è ora dotata di motori di focus che possono essere azionati (mossi..) manualmente (tramite delle ghiere, come in passato) o attivati digitalmente, lasciando il compito del focus automatico alla macchina o alla sinergia tra macchina e software esterni. E’ possibile collegare la reflex ad un qualsiasi computer che ne riconosca i driver e far in modo che la messa a fuoco sia comandata dall’utente o da algoritmi che prendono in considerazione quello che si stia puntando. Provate a mettere a fuoco una stella utilizzando, manualmente, solo le ghiere. Poi ne riparliamo.

Le DSLR sono anche facilmente programmabili, nel senso che è possibile impostare la sequenza di scatto, il numero di frame (immagini) e rendere molte delle operazioni automatiche e sequenziali. Questo, prima dell’avvento del digitale, era solo un sogno.

Ma avendo rimosso la pellicola, che cosa cattura, realmente, la luce che diverrà immagine? La risposta è il sensore digitale, ovvero un dispositivo in grado di convertire un segnale ottico in un segnale elettrico (mentre, prima, la conversione avveniva da ottico a chimico).

I sensori sono formati da una matrice di elementi, i pixel, ognuno dei quali è responsabile per la cattura di luce in una particolare porzione del suo spettro. All’interno dei pixel colpiti dalla luce si genera una tensione elettrica che, poi, viene trasformata da segnale analogico a digitale, andando ad identificare la quantità di luce che ha colpito quel pixel, in quella particolare frequenza. Di pixel, nei sensori moderni, ce ne sono parecchi! E’ proprio di – questi – pixel che parlate quando confrontate una reflex da 10 Mpix (Mega-pixel) con una da 15 Mpix (il mega, qui, indica i milioni). L’avanzamento tecnologico permette la miniaturizzazione di questi elementi, dando la possibilità, a parità di dimensione del sensore, di avere più pixel e, di conseguenza, aumentare la risoluzione di quanto stiamo catturando.

Ne avevo già parlato, ma ha senso approfondire un aspetto: la sensibilità al colore.
La matrice del sensore di una reflex (in questo caso, di tipologia CMOS) è bidimensionale, ovvero, un qualsiasi punto del sensore contiene un solo pixel. Un solo “ricettore” di luce. Semplificando l’argomento ed omettendo eccezioni o varianti, molti sensori utilizzano la matrice di Bayer per la disposizione e proporzione dei pixel sensibili ai tre colori primari utilizzati: rosso, verde, blu. Il risultato è un sensore in cui la metà dei pixel sarà sensibile al verde (vi ricordate il perché?) un quarto al rosso ed il restante al blu. Le informazioni da loro collezionate verranno digitalizzate, trattate, e composte in un’immagine – rullo di tamburi – RGB, ovvero che utilizza i tre canali distinti (rosso, verde, blu) per crearne uno simile a quanto percepito da noi scimmiette evolute.

Qual’è il limite di questo approccio (che comunque risulta essere quello con una resa/prezzo più conveniente)? Beh, che se sto fotografando qualcosa di verde, solo metà del sensore lo percepirà realmente, perdendo metà del segnale. Con gli altri due colori, ancora peggio. Tre quarti del segnale non verrà percepito! Questo non vuol dire che il sensore non lo veda, semplicemente non tutta la luce verrà presa in considerazione, dando luogo ad una perdita di dettagli ed intensità.

Altro limite è il range all’interno del quale operano le reflex. Come già discusso, il sensore viene volutamente reso cieco rispetto all’infrarosso. Fortunatamente è qualcosa a cui si può porre rimedio.

Un aspetto importante da tenere in considerazione è il rumore elettronico di fondo. Il rumore si manifesta come granularità dello sfondo, come se fosse fatto di una grana composta di polvere colorata. Questo rumore aumenta con l’aumentare della temperatura (influenzando, quest’ultima, le cariche dei pixel) e diventa devastante durante le riprese estive con tempistiche elevate. Più fa caldo e più scaldiamo il sensore (con l’utilizzo prolungato in pose dai tempi elevati), peggiori saranno i risultati. Parlerò più avanti di come tamponare la cosa.

Le reflex digitali funzionano così, c’è poco da fare, se non provare a realizzare il massimo con quanto disponibile (che, comunque, è un eccellente punto di partenza!).

Esistono altri sensori e dispositivi, detti CCD che, nella maggior parte dei casi, funzionano (oltre che con una tecnica hardware differente) seguendo un’altra filosofia. Il sensore è sensibile a tutta la luce, a prescindere dalla sua lunghezza d’onda. Questo vuol dire che lo stesso pixel verrà influenzato dal blu, dal verde, dal rosso, da tutto. Il risultato sarà, ovviamente, un’immagine in bianco e nero, ma decisamente più dettagliata, dato che non c’è perdita di segnale. Per ottenere delle immagini a colori con questa tecnica è necessario anteporre dei filtri al sensore. Esistono filtri che filtrano (hem..) tutta la luce tranne quella in una particolare banda.

Disponendo di filtri che lasciano passare solo il rosso, solo il verde o solo il blu, è possibile scattare tre fotografie dello stesso soggetto, catturando prima tutti i rossi, poi tutti i verdi ed, infine, i blu. Fatto questo bisognerà “unire e fondere” i tre fotogrammi in un unico, attribuendo ai tre canali quanto registrato nelle tre fotografie. Il risultato sarà sicuramente migliore che un singolo scatto su un sensore CMOS, ceteris paribus. Ovviamente, a discapito del tempo, triplicato e del costo dell’oggetto. I CCD sono anche, solitamente, raffreddati. Questo limita o annulla la presenza di rumore elettronico di fondo (a fronte di un consumo energetico maggiore. Dove la trovate la corrente in mezzo ad un bosco a 2500 metri di quota?).

La dimensione dei sensori CMOS è abbastanza standardizzata. Di solito hanno un rapporto 3:2 ed hanno dimensioni identiche o di poco inferiori a quelle della pellicola analogica di cui hanno preso il posto. Qui, maggiori dettagli. Vien da sé che un sensore più grande catturerà più luce ed otterrà migliori risultati di uno più piccino.

Armato della mia reflex, ora, non mi resta altro che utilizzare un telescopio come obiettivo!

(e comprare la montatura)
(e comprare un inseguitore)
(e comprare un collimatore)
(e imparare ad usare quanto comperato)
(e trovare un buon punto d’osservazione)
(e trovare corrente o comprare batterie)
(e imparare a focheggiare)
(e saper collegare ed utilizzare i vari software)
(e saper impostare le direttive per gli scatti)
(e saper pre-trattare le immagini)
(e saper post-trattare le immagini)
(e chissà quanto altro ancora mi son dimenticato)

Vabè, piano piano si inizia!

The dark side of the Moon

Penso sia meglio iniziare da -1.

Luce.

Cos’è? Bella domanda. Sono poche le persone a cui ho posto questa domanda, per sfida, che mi abbiano dato una risposta sensata. Più o meno le stesso numero di persone che sappiano cosa significhi, realmente, kyrie eleison.

Nel corso degli anni, dei secoli, menti brillanti – giusto per restare in tema – hanno studiato ed ipotizzato teorie corpuscolari, teorie ondulatorie, elettromagnetiche e quantistiche a riguardo.

Un bel casino. Roba tosta.

Ben lontano da addentrarmi in dettagli che io stesso ignoro, la luce non è altro che la porzione dello spettro elettromagnetico che l’occhio umano sia in grado di cogliere, di distinguere, di vedere.

Non a caso, la luce che vediamo coincide con la regione spettrale più intensa del Sole, la nostra stella. Il Sole emette onde elettromagnetiche, la maggior parte delle quali ha una frequenza che coincide proprio con la porzione dello spettro che noi percepiamo. Ripeto: non a caso. Ci siam evoluti così, in modo da poter cogliere quanti più dettagli possibile attorno a noi. Fosse il Sole diverso, vedremmo qualcos’altro. Vivendo in un mondo illuminato e permeato da luce diretta, riflessa, rifratta, abbiamo cercato di trarne il meglio, convergendo lentamente, tramite l’evoluzione, a quello che siamo, e vediamo, oggi.

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L’immagine qui sopra, tratta da Wikipedia, riassume parecchie cose interessanti. Si noti la linea relativa alla frequenza. A sinistra (in rosso) e destra (violetto), tutte le frequenze a noi non visibili biologicamente. I colori rappresentano, beh, i colori che possiam distinguere! La loro somma, nelle dovute proporzioni, costituisce la ben nota luce bianca. La prima linea, in alto, indica il fatto che solo le onde radio, parte degli infrarossi e tutta la luce a noi visibile penetra l’atmosfera terreste.

Avete mai fatto caso che alcune stelle hanno colori diversi dalle altre? Alcune, in particolare, appaiono blu, bianche, brillanti (Rigel, e Ballatrix, in Orione). Altre, invece, arancioni, opache (Betelgeuse, sempre in Orione). Beh, l’ultima linea dell’immagine ci viene incontro proprio in questo, dandoci un ordine di grandezza e un rapporto tra il calore di un corpo e la frequenza delle onde elettromagnetiche che emette e, di conseguenza, il suo colore. Questo perché il colore di un corpo è determinato dalla sua temperatura superficiale, secondo la Legge di Wien. Oggetti freddi (ma visibili) appariranno bruni o rossi. Oggetti più caldi, saranno gialli. Oggetti dalle temperature ancora più elevate appariranno azzurri. Questa è una delle pochissime cose che sarei in grado di dirvi guardando una stella. Non posso dirvi, ad occhio, se è vicina, lontana, grande, piccina. Non saprò nemmeno dirvi la temperatura esatta, ma potrò dirvi, grossolanamente, se è – relativamente parlando – calda o fredda. Di che colore è il Sole? Indizio: ha una temperatura superficiale di circa 5.500 gradi centigradi.

Ecco come apparirebbero le tre stelle citate prima, se fossero una accanto all’altra, dalla più fredda, a sinistra, alla più calda, a destra.

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Gli oggetti che mi presto ad osservare e fotografare sono di diverso tipo: stelle e galassie, che vivono di luce propria, e nebulose, che emettono luce (o meglio, radiazione elettromagnetica) in particolari porzioni dello spettro, spesso non visibile (l’infrarosso) e vengono illuminate dalla luce delle stelle nelle loro vicinanze.

Di meccanismi e delle fasi stellari che influenzano la luce emessa dall’astro ne parleremo più avanti, quando entreremo in argomento. Ora non mi interessa tanto il perché, quanto il cosa. Voglio rimanere in tema luce, piuttosto che fonti di luce.

Una cosa che tutti sanno, o dovrebbero sapere, è che la luce viaggia, nel vuoto, ad una velocità ben definita: 299792458 metri al secondo. Per gli amici, diciamo circa 300000 chilometri al secondo. Un fottio.

Ora, quello che ci si dimentica ogni volta che si guardano le stelle, o qualsiasi altro oggetto celeste, è che noi non stiamo guardando l’oggetto per quello che è, ora. Quello che osserviamo è la luce che emette (o riflette) e che ha avuto il tempo di arrivare al nostro bulbo oculare. Quello che siamo abituati a sperimentare come immediato, nella nostra dimensione quotidiana, non lo è – affatto – se si considerano le immense, cazzilioniche, distanze spaziali.

Queste distanze sono talmente enormi da non poter essere espresse, agevolmente, in chilometri, piuttosto si utilizzano gli anni luce, ovvero la distanza percorsa dalla luce in un anno. Se tenete presente che percorra trecento-mila-chilometri-al-secondo vi rendete chiaramente conto che stiamo parlando di distanze, beh, come precedentemente detto, cazzilioniche!

Da questo ne consegue una cosa davvero interessante, quasi romantica. Ogni volta che mettete il naso all’insù non state osservando le stelle, ma vi state proiettando indietro nel tempo, osservando tramite decine di migliaia di macchine del tempo che vi mostrano, quella particolare stella, com’era decine, centinaia, migliaia di anni fa, a seconda della sua distanza dalla Terra. Osservando Aldebaran, ad esempio, quello che vediamo è la luce arancione partita dalla superficie dell’astro circa 66 anni fa. Potrebbe, paradossalmente, essere esplosa, spenta o rubata dai Meganoidi. Noi non lo sapremmo prima di 66 anni dal fattaccio. La luce stessa del nostro Sole, impiega circa 8 minuti ad arrivare da noi.

Figo.

Escludendo il sistema Solare, la stella più vicina a noi risulta essere Proxim Centauri, a soli 4 anni luce.

Torniamo alla luce. Siamo sapiens. Abbiamo due occhi. Vediamo perché la luce arriva sulla cornea, passa attraverso il cristallino ed il vitreo, e, finalmente, converge sulla retina. Finalmente? Mica tanto. Da qui inizia tutto un cinema che riassumo brevemente: i ricettori della retina convertono gli impulsi elettromagnetici della luce in segnali elettrici che vengono inviati al cervello che li interpreta ed acquisisce come immagini. Il compito di trasformare l’input elettromagnetico di luce in input bio elettrico per il cervello è demandato ai fotoricettori della retina che, a seconda della lunghezza d’onda che captano, inviano un corrispettivo segnale alla nostra materia grigia. Esistono tre diverse tipologie di speciali fotoricettori, detti coni, che sono sensibili, ognuno, ad un colore diverso: rosso, verde, blu. La combinazione dei tre, nelle diverse proporzioni, ci rende possibile vedere il mondo per come lo vediamo.

L’occhio umano, per necessità evolutive, è più sensibile al verde, ed alle sue mille sfumature, rispetto che agli altri colori. Perché? banalmente perché è nel verde che siam nati e vissuti, ed è nel verde che dovevamo scorgere cibo e predatori.

Ipotizzate di voler fare una fotografia diurna. Una qualsiasi. Quello che vi aspettate è che l’immagine, catturata dalla fotocamera digitale, sia il più possibile simile a quanto visibile ad occhio nudo. Ma come fa, la macchina, a trasformare la luce che colpisce l’obiettivo in un insieme di bit che, interpretati, diano un’immagine digitale? Alla base di tutto c’è il sensore che trasforma la luce in un segnale elettrico analogico, a sua volta convertito in digitale e, successivamente, immagazzinato su un unità di memoria.

Di sensori ce ne sono vari famiglie, tipi e modelli. A grandi linee, volendo semplificare, sono composti da una matrice di fotodiodi (i corrispettivi dei fotoricettori nel nostro occhio) ognuno sensibile al rosso, verde, o blu. Il comportamento di un sensore del genere è una semplificazione, ingegnerizzata, di quanto avviene nel nostro occhio e nervo ottico. Volendo fare un paragone, cornea, cristallino e vitreo possono essere identificati come l’obiettivo ed il relativo focheggiatore. La retina non è altro che il sensore. Il nervo ottico ed il cervello sono i cablaggi, software e unità di memoria utilizzati per veicolare e salvare l’immagine.

Come per l’occhio umano, anche il sensore è creato in modo tale da essere più sensibile al verde (applicando lo schema di Bayer nei fotodiodi) rispetto che agli altri colori. Il parallelismo e le similitudini sono, ovviamente, volute e ricercate, in modo che il risultato sia quanto più simile a quanto osservato ad occhio nudo. Questo è quello che vale per le normali fotocamere reflex digitali, ed è l’hardware di cui, per ora, dispongo. Ci sono altre tipologie di camere studiate specificamente per l’utilizzo astronomico, ma non sono il tema di questa discussione. Qui, si parla di luce.

Quello che è interessante è che il sensore digitale non è una cornea biologica. Indovinate un po’ quale frequenza dello spettro riuscirebbe a captare (anche se non è studiato per questo fine)? L’infrarosso! Come visto prima, parte dell’infrarosso penetra l’atmosfera terrestre ed arriva fino a noi. Noi, non lo vediamo. Il sensore, un po’. Proprio per questo motivo e per il fatto che il suo risultato debba essere somigliante a quanto vediamo noi, sul sensore stesso è applicato un filtro “taglia” infrarosso, che evita a questa lunghezza d’onda di eccitare gli fotodiodi. Per le vostre foto diurne, questo, è cosa buona e giusta. Il problema sorge, invece, con l’astrofotografia! Molti degli obiettivi che andrò a fotografare emettono anche in quella fascia e, catturando anche l’ infrarosso, le immagini si arricchirebbero di informazioni e dettagli ai quali, banalmente, sarebbe cieca, qualora mantenesse il filtro. Nasce quindi la necessità, o possibilità, di far rimuovere questo filtro per ottenere immagini notturne migliori, a discapito del bilanciamento del bianco automatico in quelle diurne. Di giorno la fotocamera sarà ancora utilizzabile, ma impostando il bilanciamento del bianco in manuale.

Questa modifica non è strettamente necessaria al fine di scattare fotografie apprezzabili, ma di sicuro si perde l’eventuale possibilità di cogliere parecchi particolari. Non ho intenzione di apportare questa modifica alle mie macchine, da subito, ma è qualcosa che, più avanti, dovessi continuare e perseverare, sarà da fare.

Qui, un esempio di Lorenzo Comolli, con due foto scattate allo stesso soggetto senza (sinistra) e con (destra) la rimozione del filtro taglia infrarosso. Le immagini parlano da sole. Si notino, a destra tutti i particolari persi nell’immagine di sinistra.

strum121h.jpg

Una situazione simile, anche in questo paragone:

ha-hargb-comparison-astrophotography

Quanto resisterò, dopo le prime fotografie, prima di modificare la mia reflex? Mh.

E questo è tutto quello che ho da dire sulla luce. Spero che dopo questa introduzione possiate sentirvi un po’ più illuminati!

 

Carta canta

OK. Back to square 1.

Ho comprato tre libri. Ho deciso di seguire la via cartacea, per informarmi, piuttosto che quella elettronica. Non che non ci siano valide (validissime!) fonti on-line, ma preferisco avere qualcosa che possa maneggiare e che abbia, al suo interno, un proprio iter ben definito. Mi tufferò nel mare di scuole di pensiero, tecniche e flame web solo con uno scafandro di conoscenza di base. Cartacea.

Sto cercando di imporre una struttura precisa ed ordinata anche al mio apprendimento, oltre che al nuovo interesse.

Ho cercato un po’ ed alla fine mi hanno convinto questi (non che ci fosse, poi, tutta questa scelta, a dire il vero):

Trattasi di, nell’ordine:

I primi due libri trattano lo stesso argomento: l’ astrofotografia a lunge esposizioni. Si parte dalle camere ottiche, ai telescopi, montature, focheggi, puntamenti, inseguimenti, scatti, pre e post produzione. Tutto. La differenza è che il primo è del 2011, il secondo del 2013. Sembrerà banale, ma le mode, strategie ed avanzamenti tecnologici corrono veloci, anche in questo campo. Il primo è stato scritto da italiani (uno degli autori è della mia stessa provincia!) mentre il secondo è anglofono. Mi interessava particolarmente avere due punti di vista da persone (e culture!) che, potenzialmente, avrebbero potuto esprimere e descrivere concetti diversi. Sto proseguendo la lettura in parallelo e li trovo, entrambi piacevoli ed utili.

Il terzo, preso sostanzialmente come riferimento e catalogo, è stato scritto dal medesimo autore del secondo libro e rappresenta un discreto punto di partenza per l’osservazione. Non contiene strabilianti immagini a colori. Piuttosto, e volutamente, un insieme ordinato di tutti gli oggetti catalogati da Charles Messier per come appaiono ad una prima osservazione: esattamente quello che vedrò le prime volte che punterò il naso, ed un hardware adeguato, in quella direzione.

Nei prossimi post riporterò degli appunti, secondo il mio personalissimo disordine ordinato, per futura referenza e memoria, sperando che possano essere utili anche ad altri.

Buona lettura!

Mi ritrovai per una selva oscura

La stronza verde, con un bel ciaone, s’allontana da me ogni minuto.
E’ fuori dal mio campo visivo, dalla mia portata, dalle mie capacità.

La lascio in tracking sul mio radar mentale, e decido di dedicarmi ad altro.
Devo imparare, devo capire. Devo riuscire.

Mi iscrivo ad un forum. Spaesato, inizio a leggere qua e là, chiedo qualche timida informazione su cosa potrei fare con l’hardware a mia disposizione (Canon EOS 550D, treppiedi con testa a sfera joystick ed obiettivi che spaziano dallo standard 18mm-55mm al 100mm-400mm). Sono conscio che, con tutta la buona volontà, non potrò far molto.

Me lo confermano. Senza pietà alcuna. Ma è giusto così.

Senza una montatura equatoriale, che “annulli” l’apparente moto del manto stellato, posso solo ambire a misere fotografie con un tempo di esposizione davvero limitato. Ne consegue che dovrò usare un obiettivo grandangolare, pose da non più di 10 secondi, ed accontentarmi.

Lo sapevo già. L’avevo già fatto, una volta, fotografando la Via Lattea.

Qual è il problema? Semplificando il tutto, a causa del moto terrestre, gli astri, anche quelli estremamente lontani ed “apparentemente” fermi (nulla, – nulla – è fermo) appaiono in lento movimento. In realtà, ovviamente, il movimento che percepiamo, indirettamente, è il nostro, ma questo poco cambia. Per quanto relativo possa essere, ci si muove. La luce che proviene da stelle, nebulose e galassie è debole. Ad occhio nudo, vediamo ben poco. Fortunatamente il sensore della macchina fotografica ha la possibilità di “impregnarsi” di luce per un tempo arbitrario, dandoci la possibilità di catturare ben più luce di quanta ne catturi l’occhio umano. E’ così facendo che è possibile osservare, a valle di diversi scatti con tempi di esposizione elevati, dettagli, particolari, forme e colori a noi invisibili.

Tutto questo presuppone che il soggetto, nell’arco di tempo in cui stiamo fotografando, stia fermo! Altrimenti sarebbe come fotografare mio figlio: mai fermo, mai immobile, sempre di corsa, sempre mosso, poco definito.

Il moto apparente degli astri è tanto più accentuato quanto più ingrandiamo la porzione di cielo che stiamo fotografando. Se facciamo una fotografia diurna ad un intero prato e, a 50 metri da noi, un filo d’erba si muove, amen. Chissene. Non è poi così un problema, nessuno lo noterà, nella fotografia risultante. Se invece stessimo disgraziatamente zoomando proprio su quel maledetto filo d’erba ecco che ogni suo movimento (seppur lo stesso di prima!) sarà inesorabilmente catturato ed evidenziato. Ne consegue che, senza nulla che provi ad annullare questo moto apparente, sia meglio utilizzare un obiettivo corto, che permetta di fotografare una grande porzione di cielo in modo da darci la possibilità di tenere l’obiettivo aperto per un numero di secondi sufficiente a catturare più luce di quella che vedremmo ad occhio e, allo stesso tempo, far sì che il movimento delle stelle non sia particolarmente evidente, nel risultato finale.

Senza una montatura equatoriale (di cui parlerò nei prossimi post) questo è quanto: obiettivi corti (in termini di millimetraggio di lunghezza focale), pose corte. Il cavalletto, ovviamente, è d’obbligo.

Foto del genere possono essere spettacolari – non fraintendetemi – ma le mie scimmie puntano le loro dita bitorzolute verso oggetti piccini, poco o quasi del tutto visibili. Sono poco interessato a quello che – già – vedo. Stupendo, sì, ma è lì. Voglio qualcosa che non vedo. Voglio che qualcosa mi stupisca.

Finisco per caso su un post: M42, una foto e via.
Click.

L’utente in questione ha inserito una fotografia fatta “al volo” con quello che mi sembra un hardware simile al mio. Urca!
M42, questa sconosciuta. A vedersi, molto carina. vado su Wikipedia e mi documento.

Fischia, ma è in Orione! Ecco cos’era quel tenue puntino che ho sempre, sempre, sempre visto sulla spada di Orione. Ed io che pensavo fosse una stella. Una misera, poco brillante, indegna di nota stellina tenue. Me tapino!

Ho deciso che sarebbe stata mia. Scopiazzo quanto ha fatto l’utente: 300mm, 2 secondi di esposizione e 1600 ISO. Peccato che l’utente abbia omesso che avesse utilizzato una montatura!! Poco importa.

Esco. Torno nel campo di pannocchie, torno al freddo.
Treppiede, obiettivo. Punto. Zoomo.
Provo a focheggiare manualmente, alla bell’e meglio e.. scatto.

Clack.

Controllo il Live View della fotocamera, ovvero il piccolo display digitale che permette di vedere quanto il sensore abbia fotografato.

M42.
Eccola.
ECCOLA!

Non lo sapevo.
Non la vedevo.
ECCOLA!

img_9955_n

Il risultato è pessimo. Mostruoso. Un disastro.
Foto ovviamente mossa (si notino le “tracce” delle stelle, dovuto al loro moto apparente), fuoco inesistente, di dettagli è inutile persino parlare.

Una cagata pazzesca, per intenderci.
Una corazzata Potëmkin che, però, ha lo stesso peso e significato della prima pupù di tuo figlio.

E’ pupù, ma è la prima.
Tanta roba.

Fotografare e vedere quello che non si vede ad occhio nudo è il primo, timido, importantissimo passo della mia avventura. L’emozione, davvero forte, di catturare qualcosa di sfuggevole è valsa il freddo, la fatica ed il tempo dedicatogli.

Sto combattendo a mani nude contro un gigante, lo so. Per ora l’ho centrato con un sassolino. Lui, non se n’è nemmeno accorto.

Ecco M42 fotografata da qualcuno con decisamente più hardware, software e capacità di me. In realtà, quello che ho fotografato io (se di fotografia possiamo parlare…) non è altro che il nucleo della nebulosa. La posa dal tempo davvero limitato non ha catturato tutto quanto attorno a quel brillante nucleo.

mainimage_orion_nebula_m42

Ora che so che esiste, ora che l’ho vista, passerò le prossime sere a documentarmi su di lei. Cos’è, cosa contiene. Sarai mia.

Studierò i suoi punti deboli, comprerò le armi per catturarla.

Con la calma di chi è risoluto nel suo volercela fare.

Fiat lux

Scrivo questo post in un campo di pannocchie.

E’ una sera limpida, ma di campagna. Nulla di eccezionale.
Le stelle si vedono, le costellazioni pure. Ho Orione che mi guarda, credo. Indifferente.
Ci son velature, qualche nuvola, da Varese salgono prepotenti le luci che, qualche idiota, ha ben pensato di mettere a caso, alla rinfusa, manco stesse giocando a shangai con i lampioni. Fa un freddo dell’ottocento.

Non importa, loro son lì, qui, sopra di me. Vedo quello che è accaduto migliaia, decine di migliaia di anni fa. Ogni volta che metto il naso all’insù mi ritrovo bambino, mi faccio sempre le solite domande, senza risposta, e mi perdo in quella figata fotonica che ci dimentichiamo, spesso, di guardare.

L’ho sempre fatto, ho sempre voluto saperne di più, ma non so come, non so perché, non ho mai approfondito.

Tre settimane fa leggo su repubblica.it l’ennesima notizia trash, click bait natalizio, sulla “Cometa di capodanno“. Già lo sapevo che l’articolo sarebbe stato impreciso, banale, qualunquista, per ignoranti. Vabè, ho cliccato.

Mh. Bruttina. Verde, piccina, debole. Ho chiuso l’articolo e tanti saluti.
In realtà c’è sempre una cometa, una super Luna, un incrociatore da battaglia alieno, un raggio della morte o una piaga intergalattica [cit.] da osservare e fotografare, ma questo genere di notizia fa capolino sui quotidiani solamente in certi periodi dell’anno, quando, probabilmente, molti dei giornalisti (hem..) sono in vacanza.

Tornando a casa, però. Click.
M’è scattata la scimmia. S’è svegliata. Stava facendo buio e mi son intestardito sul vedere questa dannata cometa. Non solo. Non pago della mia nuova scimmia osservatrice, ero intenzionato anche a fotografarla. A far foto fighe. Fighissime.

Inizio. Mi documento. In quei giorni la cometa transitava per la costellazione del Capricorno. Voglio dire.. il Capricorno! Ma chi se l’è mai calcolata?
Odeon TV aveva comprato i diritti dei Cavalieri dello Zodiaco solo fino alla puntata 52 e si interrompeva – che siano maledetti – sempre lì, alla casa di Ioria, cavaliere d’oro del Leone. Figurati arrivare al Capricorno! Non me la son mai calcolata quella costellazione.

Vabè. Installo sul telefono Sky Map. Cerco sto dannato Capricorno. Sta tramontando. E tramonta a livello dell’orizzonte ma dietro una montagna di 858mt.

Vabè.

Long story short: quella cometa non l’ho mai vista. Nemmeno i giorni dopo. Troppo bassa, troppo piccina. Ma l’aspetto. Ahhh se l’aspetto al prossimo passaggio. Gliel’ho giurata. Sarà mia. Avrò imparato. Sarò capace. Avrò hardware, software, capacità e tempo per fare le mie, e sue, foto fighe. Fighissime.

Non lo sa, ma nonostante sia lei a girare attorno al Sole, questa mia nuova avventura orbita attorno a lei.

A presto, 45P/Honda-Mrkos-Pajdusakova. Sei sul mio radar.

Bip.