Voyeur

Il primo, vero, passo verso lo studio di ciò che ci circonda, qualsiasi cosa sia, è quello di osservare ad occhio nudo. Osservare, guardare e ragionare senza l’ausilio di particolari tecniche o strumenti, se non quelli di cui il darwinismo ci ha dotati, dalla nascita, a costo zero.

E’ con gli occhi che ho iniziato ad osservare la notte ed è con gli occhi che continuerò a godermi questo spettacolo. Di certo, non è – solo – attraverso una lente che voglio dialogare con quei puntini e macchiette tremolanti, lassù.

Per svariati motivi, nel corso di milioni di anni, ci siamo evoluti come animali diurni. Gli occhi sono strumenti altamente sofisticati, purtroppo (o per fortuna!) specializzati nel renderci la vita semplice di giorno, non la notte. Involontariamente, possiamo dilatare e restringere la pupilla. In questo modo, come fosse un diaframma fotografico, possiamo gestire e sfruttare, per quanto biologicamente possibile, la luce che ci circonda. Sfortunatamente, però, non avremo mai una visione notturna paragonabile a quella di certi animali che, nella notte, ci sguazzano.

Il mio occhio, per quanto strabiliante sia, non è lo strumento migliore per cogliere tutti quei ghiotti ed evanescenti dettagli che vado cercando nella volta celeste. E’ sicuramente il primo passo, il primo (e più romantico) contatto verso miti e divinità che popolano le costellazioni. Ma la curiosità è tanta, troppa, per non appostarsi e fare i guardoni, vedere di più, meglio, guardare ed osservare oltre. Voglio Andromeda senza veli, spiare Berenice nella sua intimità, curiosare tra le armi di Orione, capire di che colore siano gli occhi di Chara, farmi gli affari della Vergine. Voglio fare un passo in più, staccarmi da terra ed avvicinarmi, anche se di poco, all’Olimpo celeste.

Per soddisfare questa voglia di voyeurismo astronomico, un primo, utile, passo in avanti (o meglio, in su!) potrebbe essere quello dell’acquisto ed utilizzo di un binocolo. Un semplice, banale, binocolo. Economico, leggero, trasportabile senza impicci, versatile e già capace, nonostante i limiti, di regalare emozioni profonde.

Io stesso, ignorante, non l’ho minimamente preso in considerazione. Inizialmente, l’idea di possederne uno non mi ha nemmeno sfiorato, nonostante la decisione di approfondire l’argomento astronomico. Leggendo esperienze, consigli e l’iter di tanti altri astrofili, mi son reso conto che, senza dovermi necessariamente munire di telescopio (e montatura, e cavalletto, e cercatore, ed oculari, e la smetto ma potrei continuare…) avrei potuto fare un piccolo balzo di qualità, significativo, iniziando ad osservare ed approfondire quanto già conoscevo, quanto già vedevo, attraverso uno strumento alla portata di tutti: il binocolo. Non solo. Il binocolo mi avrebbe dato la possibilità di osservare una piccola porzione di quando invisibile ad occhio nudo. Sarebbero caduti i primi veli.

Tutti ne abbiamo esperienza. Magari non ne possediamo, ma quantomeno l’abbiamo utilizzato, in prestito, in questa piuttosto che quella occasione: al mare, in montagna, arrampicati su un albero spiando Lorraine, la futura signora McFly.

Io, l’ho usato in montagna. Coi nonni.

Un binocolo nero, dalle ottiche – credo – Kenlock, con uno scomodo laccetto in plastica lucida, rigida, riposto in un contenitore di finta pelle squamosa, nera, foderato di velluto porpora, sbiadito, polveroso. Ancora ne ricordo l’odore acre. Lo usavo per gioco, senza saperlo tarare, senza capirne il reale funzionamento, era complicato per un bimbo delle elementari allo sbaraglio. Lo prendevo, puntavo, mettevo a fuoco in qualche modo ed ingrandivo e rimpicciolivo, agendo sulla leva dello zoom. Alberi, pigne. Montagne. Un gatto. Mai un obiettivo sensato. Per me, era un gioco che durava poco. Dopo 15 anni sepolto in soffitta, l’ho riscoperto in occasione del primo viaggio in Africa, sperando tornasse utile per eventuali safari. Parliamo di rullini fotografici, di compatte analogiche. Nulla avevo e nulla sapevo di ottica. Anche lì, ignorante, non avevo idea di cosa avessi per le mani, non sapevo quanti ingrandimenti avesse, come funzionasse, come dovesse essere utilizzato. Se non bastasse, anni di abbandono e temperature dal torrido al polare ne compromisero il funzionamento al di là di ogni volenteroso tentativo di riparazione o taratura amatoriali (scossoni, colpi, un giro di vite e qualche imprecazione). Lenti disallineate, messa a fuoco difettosa, un oculare traballante e fuori asse. Fu così che lo barattai, dopo una serrata contrattazione degna di un broker londinese, con una tela dipinta dall’alter ego keniota del mio binocolo: un anziano claudicante, con evidenti cataratte, malfermo e malconcio. “Contento lui”, mi dissi. In seguito lo vidi godersi quel poco di buono che il binocolo avesse ancora d’offrire, su quella spiaggia, fissando l’orizzonte alle spalle di Malindi. Barche sull’Oceano Indiano. A dire il vero, a posteriori, rimpiango amaramente quella scelta avventata dalla sfumatura colonialista. Avrei trovato di gran lunga più appagante mostrare a mio figlio lo strumento del bisnonno, piuttosto che arredargli camera con un’improbabile tela, un fremito di colori caldi su cui danzano chiappute silhouette di donne africane.

Vabè.

Prima di descrivere come utilizzare un binocolo e cosa sia possibile osservare, è d’obbligo un’introduzione storica, fisica e meccanica.

L’origine e paternità del binocolo (e del suo fratello maggiore, il cannocchiale) è incerta. Ciò che è sicuro è che derivò dalle scoperte ed invenzioni di inizio ‘600, ad opera di ottici fiamminghi (Lippershey e Janssen) e, successivamente, Galileo. Tutti e tre basarono il proprio lavoro, ovviamente, su osservazioni, studi e trattati dell’epoca. I loro risultati, in seguito, vennero migliorati da tecniche, scoperte ed invenzioni successive. Esistono diverse tracce di brevetti e rivendicazioni in quegli anni, ma si contraddicono, sono imprecisi e sono da collocare in un’età, ed ambiente, frammentati e lontani. Di fatto, non sapremo mai, con certezza, chi ringraziare per questo strumento. Mi levo dall’impiccio con un generico high five a tutti quanti abbiano effettivamente contribuito alla sua realizzazione. Per chi volesse approfondire la questione, il primo capitolo de “Il binocolo” di Michele T. Mazzucato è ricco di interessanti informazioni storiche. Il suo lavoro, tra l’altro, è un eccellente esempio del fatto che non sia saggio giudicare un libro dalla (agghiacciante) copertina.

Non sorprende che i primi impieghi di cannocchiali e binocoli fossero ben lontani dall’astronomia amatoriale. I pochi, costosi, esemplari erano in uso a scienziati e militari. Molti più militari che scienziati. Come per la maggior parte delle invenzioni, la ricerca della supremazia bellica ha giocato un ruolo importantissimo nello sviluppo tecnologico. Nei secoli a seguire, questi strumenti vennero largamente utilizzati sui campi di battaglia di tutto il globo, negli scontri terrestri e navali delle guerre di epoca moderna.

La struttura del binocolo, seppur primitiva, non era poi tanto diversa da quanto siamo soliti vedere ai giorni nostri. Il binocolo era, ed è, costituito da due cannocchiali identici, montati sullo stesso asse in modo da permettere una visione binoculare (ovvero, sfruttando entrambi gli occhi, nello stesso momento). Il valore aggiunto del binocolo, ovviamente, è la possibilità di osservare un oggetto ingrandito: come se fosse più vicino di quanto realmente sia. La tipologia e qualità dei binocoli è andata via via migliorando, offrendo un netto passo avanti rispetto al numero di ingrandimenti possibili, alla quantità di luce entrante ed alla risoluzione di tutti quei problemi che, inevitabilmente, affliggono lo strumento (in primis, aberrazioni ottiche ed il peso stesso dell’oggetto).

Nel corso del XIX secolo, le consolidate tecniche costruttive ed i nuovi materiali permisero la produzione di molti più esemplari, allargando di gran lunga il bacino d’utenza di coloro che, potenzialmente, potevano permettersi un simile strumento. Fu così che il binocolo non rimase solo ed esclusivo appannaggio di scienziati e militari, ma iniziò a comparire all’opera, alle corse di cavalli ed in tutti quei luoghi, ricreativi, dove alla distanza dal fulcro dell’attenzione (palco, pista o tracciato che fosse) si sopperiva con queste “diavolerie ottiche”. Il binocolo, quantomeno nella sua declinazione amatoriale, piccola e leggera, divenne addirittura uno status symbol, oggetto – sì, costoso – ma alla portata delle tasche di quella alta borghesia e nobiltà che lo sfoggiava in occasioni ludiche e di movida ottocentesca. Non a caso, lo si ritrova spesso all’interno di composizioni degli artisti dell’epoca.

Da allora, i processi tecnici e manifatturieri si sono via via affinati, rendendo il binocolo un oggetto alla portata di chiunque. Chiunque abbia voglia di utilizzarlo, curiosità di puntarlo ed una manciata di euro da spendere. E’ diventato il primo e fidato strumento di chi voglia osservare paesaggi, flora e fauna. Di chi si diletti nell’osservazione di aerei e navi, di guardoni, paparazzi.

Di astrofili.

Il primo, banale, valore aggiunto di questo strumento è, come già discusso, la possibilità di osservare qualcosa in modo tale che appaia più vicino di quanto realmente sia. Essendo composto da due piccoli telescopi, ne condivide l’utilizzo ed utilità, in termini di ingrandimento. La capacità di ingrandimento, per un binocolo, è espressa in “x” (leggasi “per”) e l’unità di misura è la quantità di volte che, lo strumento, ingrandisce l’oggetto puntato. Un binocolo 10X, ad esempio, ingrandisce un oggetto di 10 volte rispetto a quanto percepiremmo se non lo stessimo utilizzando. Un 20X ingrandisce di 20 volte, un 8X di 8, e così via. Banale.

La capacità di ingrandimento, pertanto, è la prima e più immediata peculiarità di questo strumento. E’ la metrica con cui siamo soliti ragionare quando parliamo di binocoli ed è una nozione facilmente digeribile per qualsiasi neofita.

Ingrandimento_binocoli_8X_10X
Esempi di ingrandimento dovuti all’utilizzo di un binocolo. A sinistra, come potrebbe apparire un rapace ad occhio nudo. In centro, quanto visibile con l’utilizzo di un binocolo 8X. A destra, l’immagine dello stesso rapace utilizzando uno strumento da 10X

Se è vero che il binocolo ingrandisce un’immagine, riducendo otticamente la distanza che ci separa dall’oggetto, è anche vero che quello che vediamo, ingrandito, sarebbe quello che vedremmo, ad occhio nudo, se fossimo più vicini al soggetto inquadrato. Rileggete l’ultima frase, è importante capirla.

Ipotizziamo di essere a 1000m dall’oggetto che stiamo osservando. Siamo belli lontani. Ipotizziamo, ora, di avere tra le mani diversi binocoli. Il primo, con un fattore di ingrandimento di 10X. Dividendo la distanza che intercorre tra noi e l’oggetto per la capacità di ingrandimento dello strumento, otterremo la distanza a cui dovremmo trovarci per osservare l’oggetto interessato, od occhio nudo, per vederlo esattamente come lo vediamo nel binocolo.

Confusi?

Tornando al nostro esempio, 1000m/10X = 100m. Osservando un oggetto da 1Km con un binocolo 10X otterremo un’immagine identica a quella che vedremmo se lo stessimo osservando, ad occhio nudo, da 100m. Qualora stessimo utilizzando un 8X, l’immagine osservata sarà identica a quanto vedremmo, senza l’ausilio di binocolo, a 125m (1000m/8X = 125m). Se con un 20X osservassi un oggetto a 10m da me, sarebbe come guardarlo, ad occhio nudo, da 50cm.

Ingrandimento_binocolo
I due osservatori, pur essendo a 720 metri di distanza l’uno dall’altro (800-80=720m), osservando l’albero, sulla sinistra, vedranno esattamente la stessa immagine (in termini di dimensione apparente dell’oggetto). Il primo, a sinistra, ad occhio nudo. Il secondo, a destra, utilizzando l’ingrandimento reso possibile da un binocolo 10X

Di solito, gli ingrandimenti più comuni che è possibile trovare sono: 7X, 8X, 10X, 12X, 15X e 20X. Vedremo, poi, come si coniugano con altre metriche dello strumento. Un importante effetto collaterale del numero di ingrandimenti è che, crescendo, aumentando sempre più, rendono l’utilizzo dello strumento (quantomeno a mano libera) più complesso e meno agevole. Se il normale tremolio degli arti superiori non si nota con un ingrandimento 7X, inizia ad essere ben visibile a 10X, problematico a 15X ed insostenibile a 20X. Per quanto salda possa essere la nostra presa, i naturali movimenti a cui siamo soggetti vengono accentuati al crescere degli ingrandimenti, rendendo l’immagine traballante, con la conseguente perdita di dettagli (ed un gran mal di testa!).

La ricerca sfrenata e sconsiderata dell’ingrandimento è, pertanto, completamente inutile. A mano libera è assolutamente sconsigliabile l’utilizzo di uno strumento che abbia più di 10 o 12 ingrandimenti.

Esiste una tipologia di binocoli, detta “zoom“, che si compone di ottiche ed oculari tali da permettere di scegliere, tramite una leva o la rotazione di un elemento meccanico, il livello di ingrandimento desiderato. Questi binocoli hanno una gamma ben definita di ingrandimenti tra i quali è possibile spaziare. Ad esempio, il mio (ex, venduto!) Celestron è un 10-30X, ovvero: permette di osservare un oggetto ingrandito da 10 a 30 volte. Ovviamente, per ogni componente, lente ed ottica aggiunti, la luce viene deviata, riflessa, indebolita. Oltre ad un aumento di peso, dovuto alla meccanica, c’è una degradazione dell’immagine finale, in termini di luminosità perdita e qualità. Questa tipologia di binocoli, utile e versatile nell’utilizzo diurno, è sconsigliata per l’astronomia, dove – esagerando un po’ – ogni singolo fotone, e la sua valorizzazione, contano.

Un secondo fattore, praticamente ignorato dai principianti, è il FOV, ovvero filed of view, il campo visivo del binocolo. Il campo visivo è qualcosa che smettiamo di ignorare, nei binocoli, non appena ne proviamo due dallo stesso fattore di ingrandimento ma con campi visivi differenti. Io, neofita, me ne sono davvero stupito comparando l’economico Celestron con un più performante, e costoso, Nikon. Stesse caratteristiche, FOV diversi. Tra uno e l’altro, un abisso.

Ho preso il Celestron e l’ho subito venduto.

Il campo visivo rappresenta quella porzione di spazio osservabile tramite l’utilizzo del binocolo. Puntando lo strumento verso un qualsivoglia oggetto, quello che vedremo è una porzione di quanto abbiamo davanti a noi, ingrandito, e limitato in estensione in maniera inversamente proporzionale al campo visivo dello strumento. Vedremo, sì, la scena ingrandita, ma ne vedremo solo un particolare. La dimensione (non ingrandimento, dimensione!) di questo particolare sarà tanto più grande quanto sarà esteso il campo visivo del binocolo.

A parità di ingrandimenti è ovvio (e più costoso)  ricercare un campo maggiore. Un valore di FOV più alto ci darà la possibilità di osservare più oggetti, più “contorno”, più cose, senza dover muovere il binocolo in alto e basso, destra e sinistra. Semplicemente, muoveremo gli occhi all’interno di quella che sarà una scena, ingrandita, più estesa, rispetto ad un binocolo con un FOV minore. Avendo a disposizione più campo visivo, sarà più semplice e rilassante osservare, sarà meno ostico cercare qualcosa o inseguire un oggetto in movimento. La differenza, esagerando, è la stessa che intercorre tra guardare dal buco di una serratura o attraverso una porta aperta. Disporre di un FOV maggiore, rispetto a quanto stiate osservando, significa avere una “ciambella” di visibilità in più, un bordo, più o meno esteso, da sottrarre al contorno nero dell’immagine e da aggiungere a quanto realmente visibile.

Immaginate di essere a teatro e di assistere ad uno spettacolo con tanto di attori e scenografia. Nonostante l’attenzione, e gli occhi, siano puntati sull’attore che stia eseguendo un monologo, la visione ed il risultato d’insieme saranno sicuramente appaganti se, oltre all’attore, sia possibile vedere la scenografia ed il palco, per meglio contestualizzarlo. Con il cielo, con gli astri, il principio è lo stesso.

Il campo visivo si può misurare in diversi modi e con diverse unità di misura, ma quella che va per la maggiore sono i gradi.

FOV_4_e_2_gradi_su_M42
Nell’immagine, sono presenti dei cerchi rossi, concentrici, il cui centro è la nebulosa M42, in Orione. I due cerchi più esterni possono fungere da esempio per altrettanti binocoli con FOV, rispettivamente, di 2 e 4°. L’eventuale strumento avente campo visivo di 2°, presenterebbe all’osservatore solo quanto contenuto all’interno del cerchio il cui raggio è identificato dalle frecce verdi. Tutto quanto al suo esterno non sarebbe visibile, risulterebbe nero e privo di dettagli. Uno strumento di 4° di FOV, invece, sarebbe in grado di mostrare quanto presente all’interno del cerchio il cui raggio è identificato dalle frecce arancioni. I due strumenti presenterebbero, pertanto, la stessa immagine (in termini di ingrandimento) di M42 ma una sensibile differenza di dettagli, dovuta al diverso campo visivo.

Come ho precedentemente sottolineato, utilizzare un binocolo significa vedere qualcosa ingrandito, da lontano e senza muoversi, tanto quanto vederlo ad occhio nudo a dimensioni “reali”, da vicino, simulando un avvicinamento tramite le proprietà ottiche. Il campo visivo può pertanto essere indicato come campo visivo di chi stia osservando l’oggetto a distanza, ingrandendolo, o da vicino, avvicinandosi. Entrambi vedranno lo stesso soggetto, delle stesse dimensioni (apparenti) e con gli stessi particolari. Gli angoli che descrivono i due campi visivi, però, saranno notevolmente diversi, via via maggiori più ci si avvicina all’oggetto, per una questione puramente geometrica.

L’angolo descritto dall’osservatore più vicino all’oggetto (che osserva ad occhio nudo) è detto angolo di campo apparente, mentre quello descritto dallo strumento dell’osservatore con binocolo, è detto campo reale. Esasperando le dimensioni e metriche, è la stessa differenza che intercorre tra osservare un grattacielo dalla sua base o da parecchie centinaia di metri. Per osservare tutte le finestre dei diversi piani, gli occhi dell’osservatore alla base della costruzione dovranno, perdonatemi le semplificazioni, “percorrere più strada, muovendosi ampiamente dal basso all’alto, disegnando un angolo significativo”. L’osservatore più lontano, invece, dovrà “muovere i propri occhi, dal basso all’alto, in modo sensibilmente minore rispetto all’altra persona, disegnando un angolo più acuto, limitato”.

FOV_reale_ed_apparente
Esempio di campo reale e campo apparente. L’angolo descritto dalle semirette (verdi, a sinistra) rappresentanti il campo visivo dell’osservatore con binocolo 10X è di gran lunga inferiore a quello descritto dalle semirette (blu, a destra) rappresentanti il campo visivo dell’osservatore ad occhio nudo, più vicino all’oggetto in questione. Entrambi gli osservatori vedono il grattacielo delle stesse dimensioni, chi ad occhio nudo, chi a binocolo.

Quando si parla di campo visivo, pertanto, è buona cosa specificare se lo si stia facendo prendendo in considerazione quello reale o quello apparente. Il mio nuovo binocolo, ad esempio, ha un FOV reale di 6.5°, 2° in più rispetto al Celestron che ho cestinato. La banale conseguenza di questa differenza è che il Nikon in questione mi permetta, a parità di ingrandimenti, di osservare un terzo di scena in più che, diversamente, sarebbe rimasta nera e nascosta. Un bel guadagno!

Per godere dell’intero campo visivo e sfruttare tutta la luce a disposizione, l’occhio dovrà stare ad una certa distanza dall’oculare del binocolo. Esattamente come quando si guarda all’interno del buco di una serratura, più ci si allontana, più si è comodi (il naso non sbatte contro la porta, le ciglia non sfarfallano sulla toppa, l’occhio non rischia di toccare nulla) ma, allo stesso tempo, si sacrifica quel poco di campo visivo a disposizione, perdendo visibilità e dettagli. Anche per gli oculari (siano di un telescopio o di un binocolo), il valore dell’estrazione pupillare, ovvero della distanza corretta di osservazione, è di notevole importanza. Questa distanza, espressa in millimetri, è propria di ogni oculare (se estraibile, come nei telescopi) o binocolo (dove gli oculari sono fissi).

estrazione_pupillare
L’estrazione pupillare è quella distanza a cui porre la pupilla in modo tale che raccolga la luce di tutti i raggi convogliati, verso l’esterno, dall’oculare. Avvicinandosi od allontanandosi, una porzione del cono di raggi non colpirebbe la pupilla, diventando invisibile ed impoverendo l’immagine di dettagli e luminosità

Tanto maggiore sarà l’estrazione pupillare, più l’osservazione verrà vissuta in modo comodo e fruibile. Se c’è una cosa che i miei amici visualisti continuano a ripetermi, manco fosse un mantra, è che l’osservazione, in primis, debba essere comoda. Un’estrazione pupillare elevata aiuterà anche coloro che debbano osservare muniti di occhiali, permettendo di mantenerli sul volto.

Un’ulteriore metrica da considerare, prima di un ipotetico acquisto o l’utilizzo astronomico, è l’apertura degli obiettivi, ovvero la dimensione delle lenti del binocolo. Esattamente come per un telescopio, il diametro delle lenti è direttamente proporzionale alla luminosità delle immagini. La loro dimensione influirà esplicitamente sulla capacità, o meno, di risolvere e vedere oggetti evanescenti e poco luminosi. Al crescere del diametro, però, aumentano anche i problemi: il peso, le aberrazioni ed i costi.

La pupilla umana, al massimo della propria dilatazione, raggiunge un diametro di 6-8mm circa. Questo significa che un ventenne, al buio da più di 20 minuti, avrà a disposizione uno strumento biologico con un’apertura, ipotizziamo, di 7mm.

dilatazione pupilla
Dilatazione pupillare dello stesso occhio, soggetto a differenti condizioni luminose. A sinistra, una pupilla poco dilatata, in condizioni luminose elevate. A destra, la stessa pupilla soggetta a dilatazione, in presenza di poca luce.

Questi 7mm sono la finestra del nervo ottico verso l’esterno, la porta di ingresso per i fotoni che ci circondano e colpiscono. Sette millimetri. Per un anziano, la questione cambia ed il coefficiente di dilatazione pupillare crolla. Parliamo di 4-5mm.

La quantità di luce percettibile dipende dalla quantità di fotoni catturati. Vien da sé che una pupilla di pochi millimetri sia sensibilmente meno efficiente di una lente da 2cm di diametro. La disparità tra biologico ed artificiale si accentua salendo di diametro, spostandoci su lenti di 5, 7, 10cm. Infine, il paragone tra lo strumento umano ed un telescopio da 40cm di diametro, diventa fantozziano.

Un binocolo, se utilizzato in diurna, avrà un’enorme quantità di luce da sfruttare ed incanalare nei propri oculari. C’è il Sole, bella scoperta. Il diametro gioca, però, un ruolo fondamentale di notte, durante l’osservazione astronomica. Qui, la luce è poca, debole, puntiforme ed assolutamente non diffusa. La capacità di raccoglierla con diametri maggiori farà la differenza tra vedere l’ammasso globulare M3 o una zona di cielo completamente buio e nero. Sempre a patto che riusciate a trovarlo. Se la vostra intenzione è quella di osservare gli astri, l’apertura è forse il primo e più importante parametro da considerare. Vi basti pensare che la superficie foto-assorbente del nostro occhio, ipotizzando una pupilla dilatata di 8mm, sia di circa 50mm². Quella di una lente di 5cm è quasi 2000mm². Quaranta volte in più. Quaranta.

Rendo l’idea?

I binocoli vengono costruiti secondo diversi canoni, scopi e per tutte le tasche. I diametri più comuni spaziano dai 2 ai 10cm. Ne esistono anche di 12 e 15cm, ma sono davvero poco pratici ed estremamente costosi. Il peso, costo e difficoltà di lavorazione di questi oggetti aumentano inesorabilmente al crescere del diametro ed è saggio capire quale misura, e compromessi, sia lecito considerare per il proprio scopo.

lenti binocoli
Diversi binocoli con diverse aperture, dai 2 agli 8cm

Il portafogli ed esperienza empirica di migliaia di astronomi amatoriali indicano nei 5cm la dimensione delle lenti ideali per un utilizzo bilanciato e proficuo del binocolo. Per bilanciato, intendo che possa dar soddisfazioni sia di giorno che di notte. Per proficuo intendo che sia possibile utilizzarlo a mano libera, in condizione di cieli scuri, senza doversi contorcere in preda ai crampi dopo soli pochi minuti.

Per ora, ho descritto le singole metriche come se fossero scollegate, indipendenti le une dalle altre.

Non è così. Affatto.

In fin dei conti, dobbiamo sempre scendere a compromessi con il nostro limite biologico. La solita pupilla. Sempre lei.

La combinazione di apertura (diametro delle lenti, 2, 5, 7cm, ecc…) ed ingrandimenti (8X, 10X, 15X, ecc…) interagiscono tra loro dando luogo alla pupilla d’uscita. Semplificando, questo valore è il diametro del fascio di luce uscente dall’oculare, la luce che va a colpire l’occhio. Nello specifico, la pupilla. Lo strumento ha utilizzato la sua ampia (e costosa) apertura per catturare e concentrare quanta più luce possibile. L’oculare funge da tramite per far sì che il fascio di luce, catturato e concentrato, arrivi a noi, facendoci vedere dettagli lontani ed evanescenti come se fossero più vicini e luminosi. Il tutto, osservando alla corretta distanza di estrazione pupillare. Ora, tutto ‘sto sbattone ha poco senso se l’ultimo anello della catena è fallimentare. E’ estremamente importante che il fascio di luce uscente abbia una dimensione uguale o minore rispetto a quella della nostra pupilla, rendendo il 100% della luce catturata a disposizione dell’occhio. Qualora il fascio luminoso fosse di dimensioni maggiori rispetto a quei 6-8mm, tutto quanto al di fuori del diametro pupillare sarebbero solo luce, e dettagli, persi. Inutile disporre di un’apertura di 40cm se poi, a valle, alla fine di tutto, la pupilla sarà in grado di percepire solo una frazione della luce catturata. Tanto valeva spendere meno ed utilizzare un diametro minore. I risultati sarebbero stati esattamente, matematicamente, gli stessi.

Inutile comprare ingredienti e cucinare per 2 persone se poi, a tavola, ci sarà un commensale dallo scarso appetito.

estrazione_pupillare_totale
Situazione di pupilla d’uscita ottimale. L’intero fascio di luce colpisce la pupilla. L’intera apertura dello strumento, pertanto, è stata sfruttata. Tutta la luce catturata è stata concentrata e resa fruibile all’occhio.
estrazione_pupillare_parziale
Situazione di pupilla d’uscita non ottimale. Parte del fascio di luce, evidenziata con frecce rosse, non riesce a colpire la pupilla. Questa luce, queste informazioni, non raggiungeranno il nervo ottico e non saranno prese in considerazione nella risoluzione degli oggetti. Nell’esempio, il 40% della luce risulta sprecata. Ne consegue che il 40% dell’apertura dello strumento sia totalmente inutile. La resa di un binocolo con questa estrazione pupillare e lenti da 10cm sarà identica a quella di uno strumento con lenti da 6cm ed una corretta (minore) estrazione pupillare.

La pupilla d’uscita si calcola dividendo il diametro della lente, in millimetri, per il numero di ingrandimenti resi possibili dall’oculare. Eseguendo questa banale divisione, sarà semplice calcolare la pupilla d’uscita del vostro binocolo o dell’accoppiata telescopio-oculare. Il valore dovrà essere inferiore al diametro della vostra pupilla dilatata.

Non a caso i binocoli, avendo oculari fissi, vengono identificati non dalla dimensione delle lenti, non dalla capacità d’ingrandimento, ma dall’accostamento delle due metriche. Il mio Nikon “Action 10×50 CF EX Waterproof”, infatti, coniuga ingrandimenti ed apertura nella dicitura 10×50: 10 ingrandimenti, 50mm di diametro. Il calcolo della pupilla d’uscita è presto fatto: 50mm/10X = 5mm. Questo rapporto, pertanto, è indicato anche per un’utenza non più in grado di raggiungere una dilatazione pupillare oltre i 5mm. Qualora il limite di un ipotetico osservatore fosse di 4mm, sarebbe inutile spender soldi per un binocolo con una configurazione 10×50. Un quinto della luce (e della dimensione delle lenti) verrebbe completamente sprecata. La scelta più oculata sarebbe quella di investire, ad esempio, in un binocolo 10×40, costituito da lenti di 1cm più piccole rispetto al 10×50. La pupilla d’uscita, di 4mm, è in linea con quanto sfruttabile dall’osservatore (con conseguente risparmio di denaro e peso dell’oggetto da sollevare).

Descrivo, prima di arrivare all’architettura interna del binocolo, altri semplici fattori da tenere in considerazione prima di un eventuale acquisto.

Il primo è il rivestimento delle lenti. Dalla seconda guerra mondiale in poi, infatti, è stato possibile utilizzare per scopi civili quanto era stato brevettato per usi, manco a dirlo, militari. La tecnica del rivestimento e stratificazione delle lenti ha come scopo quello di assorbire la lunghezza d’onda dei riflessi di luce. Diminuendo sensibilmente questi riverberi, è possibile costruire strumenti con più lenti in sequenza, più luminosi e meno soggetti a problemi dovuti a riflessi. Il trattamento delle lenti, quindi, evita che parte dei raggi luminosi venga deviato e riflesso, piuttosto che catturato e concentrato dallo strumento.

lenti_trattate
Esempio esplicativo sul rivestimento delle lenti e l’assorbimento della luce (rappresentata da frecce arancioni). In questo ipotetico binocolo, le lenti del cannocchiale di destra, in alto, sono state rivestite e trattate. Ben il 95% della luce viene catturata e solo un esiguo 5% viene bloccata, riflessa e sprecata (rappresentata, nello schema, da frecce bianche). L’efficienza della lente, pertanto, è elevata. L’altro cannocchiale, sinistro ed in basso, presenta lenti non trattate. La sua efficienza è del 60%, dato che il 40% della luce viene bloccata e riflessa.

Ogni strumento di fascia medio-alta è sicuramente trattato con processi e trattamenti specifici. Hanno nomi e sigle diverse a seconda della tipologia e produttore. Prima dell’acquisto, se potete, provate il binocolo. Osservando le lenti dello strumento, si noteranno degli inevitabili riflessi. Questi riverberi non sono altro che raggi di luce deviati e non catturati dalla lente, nonostante quest’ultimi l’abbiano effettivamente colpita.

Uno spreco ottico.

Il binocolo sarà tanto migliore quanto i propri riflessi appariranno deboli ed opachi. I diversi trattamenti sono alla base delle differenti colorazioni delle lenti. Verdi, rosse, azzurre. Diverse tecniche, diversi effetti cromatici per uno stesso scopo.

Da tenere in considerazione è anche la tropicalizzazione dello strumento. Ovvero, la capacità del binocolo di resistere a polvere, acqua, intemperie ed urti. La scelta, è tutta vostra. I moderni binocoli di fascia medio-alta offrono una discreta protezione verso gli agenti atmosferici e, in alcuni casi, sono addirittura riempiti di gas. Lo scopo di questa aggiunta è quello evitare che le lenti si appannino per via della differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno dello strumento.

Un ulteriore limite biologico può condizionare l’acquisto o l’utilizzo di un determinato binocolo: la distanza interpupillare. Banalmente, è la distanza che intercorre tra le due pupille. La linea che collega il centro dell’occhio destro da quello sinistro.

distanza_interpupillare
La distanza interpupillare è un valore personale e variabile che si aggira attorno ai 6.5cm. Varia a dipendenza dell’età, sesso ed etnia.

Il binocolo, come abbiamo già detto, è dotato di due piccoli cannocchiali. E’ importante che i relativi oculari si trovino in posizioni tali da permettere, a ciascuna pupilla, di ricevere un fascio di luce concentrata. Per ovviare a problemi di natura ergonomica e visuale, ogni binocolo è dotato di un regolatore che permetta ai due piccoli strumenti di venir posizionati alla corretta distanza. Basta un pizzico di pressione sulla componente meccanica che li sorregge. I cannocchiali, infatti, sono collegati tra loro per mezzo di perni agganciati ad una barra centrale, comune. Quest’ultimi non sono fissi, ma possono muoversi di qualche centimetro. Forzando quel tanto che basta per vincerne la frizione, sarà possibile regolarne la posizione e, di conseguenza, la distanza interpupillare del binocolo.

E’ buona regola, soprattutto se dotati di distanza interpupillare fuori del comune, controllare i valori massimi e minimi di quel valore, per lo specifico strumento considerato.

Veniamo ora, finalmente, all’architettura interna dei moderni binocoli.

I primi binocoli erano poco più che due cannocchiali galileiani, fissati tra loro. Stop.

Il problema di questa configurazione è che l’immagine, come in tutti gli strumenti che utilizzino lenti positive, sia capovolta su entrambi gli assi: orizzontale e verticale. Questo inconveniente, particolarmente ostico, non andava giù ai militari dell’epoca. Immaginate di essere un ammiraglio al comando di una flotta militare. Il nemico è davanti a voi, per mare, sta eseguendo delle manovre di avvicinamento. Sogghignando per l’astuto stratagemma di aver portato sul campo di battaglia un binocolo, osservate i movimenti nemici e segnalate alla vostra flotta di far rotta a tribordo. Peccato che il nemico, in realtà, si stesse dirigendo a babordo. Il binocolo perde sensibilmente d’utilità quando siete cibo per pesci!

Per ovviare a questo problema, per raddrizzare le immagini ed osservarle per come vengano percepite nel quotidiano, sono stati inseriti dei prismi all’interno dello strumento. Tutti i moderni modelli si basano su due differenti tipologie e configurazioni: di Porro e a tetto.

I prismi di Porro vennero ideati e realizzati dall’italiano Ignazio Porro, nel 1850. Porro, oltre ad assomigliare al mio amico Giò, ebbe l’idea di inserire due prismi, accoppiati ortogonalmente, per riflettere e deviare la luce. In questo modo, tramite l’oculare, l’osservatore avrebbe visto, ingrandita, una realtà a lui familiare. Il su era su. Il giù era giù. Il di qua, fortunatamente, non era più il di là. Questa configurazione, opportunamente migliorata, è tuttora utilizzata e riconosciuta come estremamente valida.

Il progetto di questa tipologia di binocoli dà luogo a quella tipica forma “a gradino” di molti dei binocoli moderni. Gli oculari, infatti, non sono in linea con obiettivi. La distanza interpupillare, pertanto, non è la stessa misura che intercorre tra il centro delle due lenti anteriori. Questo, tra gli altri, è uno dei punti di forza di questo design.

Nikon 10x50
Tipico binocolo a prisma di Porro. Si noti la posizione degli oculari (nella parte posteriore dell’immagine) e quella degli obiettivi (le lenti nella parte frontale). La forma di questi binocoli è inconfondibile, con il tipico “gradino” in corrispondenza dei prismi.

Vediamo, con una sezione, il percorso della luce dalle lenti frontali agli oculari. La prossima immagine rappresenta metà binocolo, la porzione destra di un qualsiasi strumento a prismi di Porro. La sinistra, è da intendersi identica e speculare.

Dettaglio_interno_prismi_di_Porro
Sezione destra di un binocolo a prismi di Porro. Il fascio di luce entra dall’obiettivo. Colpendo e riflettendosi nel primo prisma, viene “raddrizzata” l’inversione destra-sinistra. Attraversando ed uscendo dal secondo prisma, anche all’inversione alto-basso viene posto rimedio. La luce risultante, passando attraverso l’oculare, arriverà all’occhio dell’osservatore.

Si noti, nell’immagine, quando descritto poc’anzi: l’oculare non si trova sulla stessa linea dell’obiettivo e questo permette, oltre ad una maggiore resa ergonomica, di disporre di obiettivi dalle dimensioni ragguardevoli, senza che la cosa debba necessariamente avere un impatto, diretto e negativo, sulla distanza interpupillare degli oculari. Un ulteriore bonus di questo approccio, è quello delle maggior tridimensionalità delle immagini percepite dall’osservatore.

Le scoperte, invenzioni ed opere di Porro (da non confondere con un omonimo sacerdote) furono molte ed importanti. La sua biografia, ed ulteriori lavori, sono qualcosa che valga sicuramente la pena di essere approfondita. Tutto a suo tempo, però.

L’architettura binoculare a prismi a tetto, invece, è opera della società Hensoldt AG per mano di uno dei suoi progettisti, il brillante Moritz Hensoldt. Moritz ebbe l’idea di minimizzare l’ingombro creando un sistema di prismi (ed il pentaprisma) a tetto, basandosi sul precedente lavoro dell’italianissimo Giovanni Battista Amici. Il valore aggiunto di questa configurazione stava nella minor dimensione delle ottiche e conseguente minor ingombro e peso dello strumento. E’ anche vero che, a parità di prestazioni, l’architettura a tetto è sensibilmente più costosa di quella di Porro, avendo lavorazioni più complesse, delicate e precise.

Il progetto di questa tipologia di binocolo dà luogo all’inconfondibile forma compatta, minuta e lineare, in cui gli oculari sono, più o meno, in linea con gli obiettivi. Il nome deriva dal fatto che i prismi abbiano una superficie ottica costituita da due superfici inclinate tra loro di 90°, simili al tetto spiovente di una casa.

binocolo prisma a tetto
Tipico esempio di binocolo con prismi a tetto. L’aspetto inconfondibile è quello di due cannocchiali appaiati, senza il riconoscibile “gradino” che caratterizza l’architettura con prismi di Porro.

La seguente, come già fatto in precedenza, è la sezione di uno dei cannocchiali di un binocolo con prismi a tetto. Al suo interno avvengono due riflessioni incrociate che realizzano il raddrizzamento totale dell’immagine mediante una rotazione della stessa.

architettura_prisma_a_tetto
Sezione destra di un binocolo a prismi a tetto. La luce, attraverso l’obiettivo, viene riflessa nei due prismi dove verrà rotata di 90 gradi dal primo, di ulteriori 90 dal secondo e giungerà all’osservatore tramite l’oculare.

Come per la politica, come nello sport, ci sono sostenitori agguerriti di uno piuttosto che l’altro progetto. Ognuno con le sue convinzioni, esperienze, prove e verità (millantate o meno). La realtà dei fatti è che solo l’esperienza ed i vostri gusti personali sapranno definire quale sia la tipologia migliore per voi.

Io, con il miei prismi di Porro, mi trovo egregiamente. Non lo cambio il mio fustino.

Doveste scegliere quest’ultima configurazione, controllate o verificate sempre la tipologia dei prismi. Tenendo il binocolo a circa 20cm di distanza dagli occhi, osservandone gli oculari, diverrà evidente la pupilla d’uscita, il dischetto luminoso rappresentante il fascio di luce diretto all’osservatore. Dovesse essere squadrato, dovesse presentare della vignettatura, il mio consiglio è quello di lasciar perdere. Trattasi di prismi BK-7, economici, dove parte della luce viene irrimediabilmente persa lungo la strada. Prismi di pregio e più costosi, i BaK-4, danno luogo ad una pupilla d’uscita tonda e limitano al minimo la perdita di luminosità. Questa verifica non ha alcun valore se eseguita su uno schema a tetto. La pupilla d’uscita sembrerebbe tonda e smussata qualsiasi fosse la tipologia e materiale dei prismi. In quel caso, leggete le specifiche riportate dal costruttore.

Porro, lenti, tetti. Pupille, ingrandimenti. Ho parlato quasi di tutto, men che del nome.

Binocolo, dal latino: bi = due, ed oculus = occhio. Ed ecco un importantissimo aspetto che ho taciuto, quasi del tutto, fin ora: la visione binoculare. Sì, perché oltre ad essere relativamente leggero ed economico, oltre ad ingrandire e svelare quanto lontano e nascosto, il binocolo ci regala tutto questo in visione stereoscopica. Senza scendere in dettagli, il binocolo ci permette di osservare la realtà nel modo più simile a quanto sperimentiamo quotidianamente. Abbiamo due occhi, il loro campo visivo si sovrappone per circa 90°. Il binocolo, lasciandoci osservare con entrambi gli occhi, permette al cervello di ricevere due immagini, di fonderle ed interpretarle in modo relativamente semplice. Si tratta, in fin dei conti, di dare in pasto alla mente quanto lei sappia già digerire. La visione umana abbraccia circa 200°, quella stereoscopica, binoculare – per l’appunto – rappresenta invece quella porzione di spazio in cui la visione monoculare dell’occhio destro si sovrappone a quella monoculare di quello sinistro. E’ in questa porzione di campo che l’attenzione, percezione della profondità, tridimensionalità e movimento sono più spiccati, in noi umani. Il piacere e la comodità dell’osservazione binoculare è sicuramente uno dei fattori di forza di questo strumento.

OK. Tutto molto bello. Dov’è la fregatura?

Prima o poi, per necessità economica o limite ingegneristico, bisognerà scendere a compromessi con portafogli e fisica teorica. Anche il più blasonato dei binocoli, ovviamente, avrà una serie di difetti e limiti oltre i quali non è verosimile porre le proprie aspettative. I più comuni e riscontrabili sono le aberrazioni ottiche (cromatiche e geometriche), aloni, coma, distorsioni ed immagini fantasma. I risultati saranno immagini dai colori o dimensioni falsati, aloni attorno ai punti luminosi, macchie, riflessi e bordi poco definiti. Ognuno di questi problemi ha origine nella difficoltà, e costo, di costruzione di ottiche perfette e nelle condizioni di utilizzo non sempre ottimali. Per quanto ci si sia sforzati, negli anni, l’avanzamento tecnologico (pur avendo sviluppato eccellenti palliativi) non ha potuto, e mai potrà, eliminare del tutto questi inconvenienti. Ciò che è certo, qui, è che spendere qualche euro in più può sicuramente fare la differenza tra una sessione osservativa mediocre ed una totalmente soddisfacente.

Detto questo, molliamo la strada maestra degli osservatori diurni ed intrufoliamoci nel sentiero, decisamente più interessante, degli astrofili.

Come già detto, il binocolo è un ottimo compagno di giochi, l’amico fidato di chi, come me, abbia voglia di stupirsi col naso all’insù. Poco importa se sia lo strumento principale o gregario. Può sempre servire e dare soddisfazioni, oltre che indicazioni.

Con un binocolo è possibile osservare alcuni degli ammassi aperti più belli e, scusate il gioco di parole, aperti. Estesi. Certi oggetti, come le Pleiadi o l’Alveare, sono oggetti tipicamente da binocolo. La loro estensione fa sì che risultino, paradossalmente, più piacevoli se osservati tramite un banale binocolo, piuttosto che utilizzando un rifrattore apocromatico da 5000 euro. Anche la nebulosa in Orione, M42, è alla portata di un qualsiasi binocolo, tanto quanto la galassia di Andromeda.

Esistono diverse fonti, online, dove poter reperire informazioni e farvi un’idea di cosa vedrete negli oculari. Qui sotto, i quattro precedentemente citati, ipotizzando l’utilizzo di un binocolo 10×50 con un FOV di 4.5°.

Utilissimo, a mio avviso, è simulare cosa e quanto vedreste puntando il vostro binocolo utilizzando un software astronomico come Stellarium. Questi software hanno la possibilità di inserire i dati del vostro strumento, rendendo possibile la simulazione del suo campo visivo durante un’ipotetica osservazione.

stellarium_oculare_binocolo
Pannello di controllo “Oculari” in Stellarium. E’ possibile inserire il proprio binocolo, specificando che l’oculare che si stia aggiungendo sia un binocolo (si noti il “visto” nella casella “Binocoli”). E’ necessario dichiararne il tFOV, ovvero true FOV, campo reale, espresso in gradi, il fattore di ingrandimento e la dimensione delle lenti (diametro) in millimetri.
simulazione_binocolo_stellarium_m42
Simulazione, tramite Stellarium, di M42 vista tramite un binocolo 10×50. E’ necessario ricercare e selezionare l’oggetto celeste di interesse, per poi selezionare la visualizzazione oculare utilizzando lo specifico pulsante in alto, a destra.

Siate curiosi, provateci.

A seconda della qualità del cielo, del diametro delle lenti, della quantità di ingrandimenti e, non ultima, la vostra pupilla, avrete la possibilità di andare ben oltre il limite umano di visibilità di oggetti di magnitudine 6 o 7. Con un 10×50, sotto un cielo particolarmente scuro, riuscirete a scorgere oggetti di magnitudine 9.5 (io, per ora, sono arrivato alla magnitudine 8.5 di M82). Spingendovi oltre, vi si aprirà uno scrigno scintillante da cui attingere a piene mani. Ore, ore ed ore di osservazioni. Non sentirete nemmeno più il freddo.

Muovetevi tra gli astri, scegliete gli obiettivi e cercateli. Trovateli e godeteveli. Studiateli, sulla carta e nella pece notturna.

Non dimenticatevi di assaporare i colori, dove possibile. Le stelle più grandi e luminose, se giganti rosse od arancioni, sono davvero spettacolari. Aldebaran, Betelgeuse ed Antares. Arturo, Eltanin e Kochab. Come loro, tanti altri. Bianchi, azzurri e Blu (Rigel, Bellatrix, Spica, per citarne alcune). Guardatevi attorno, sono lì per voi, frutti maturi, basta tendere la mano per coglierli.

Qualora la posizione lo permetta, anche i pianeti possono risultare degli obiettivi soddisfacenti. Il planetario, notoriamente, è un ambito dagli ingrandimenti spinti. Solitamente si utilizzano oculari in grado di ingrandire l’oggetto di 100, 150 volte. Altro che i miseri ingrandimenti disponibili ad un binocolo. Detto questo, nulla vieta di osservare Marte, rosso, Giove e Saturno, gialli. Intendiamoci, poco più che puntini (per non parlar dei satelliti medicei, granelli di sabbia luminosa), ma quando si conosce ciò che si osserva, basta anche la vista di un tizzone ardente per riscaldarsi del suo calore. Di Venere, si percepiscono persino le fasi, sforzandosi un po’.

E la Luna? Ma che ve lo dico a fare? Fantastica.

Con il mio modesto 10×50, pur essendo un pivello neofita, ho osservato nebulose, ammassi aperti, trovato ed ammirato (per quanto possibile, a quegli ingrandimenti) ammassi globulari e percepito, direttamente o in visione distolta, 4 delle galassie (M81, M82, M51 ed M101) nei pressi di Alkaid e Dubhe, nell’Orsa Maggiore. In 3 mesi, per un totale di 5 o 6 sessioni, mi è stato possibile osservare una trentina di oggetti. Altrettanti me ne aspettano le prossime stagioni.

Un binocolo è letteralmente il piede di porco per forzare la prima porta, il primo ostacolo abbattuto sulla via del Nirvana astrofilo. Mi ha dato la possibilità di muovere i primi, timidi, passi. Ma li ho mossi, ho visto, osservato, annotato ed imparato. Mi son riempito gli occhi di luce tanto quanto la mente di idee e nozioni.

Fatelo, ne vale davvero la pena.

Non vi basta o soddisfa l’esperienza con un 10×50 o simili configurazioni? Pensateci, ripensateci bene e, se ne siete davvero convinti (io, per ora, non lo sono affatto) spostatevi verso aperture più generose: 8, 10, 12 o 15cm. A questo punto, però, vi servirà necessariamente un cavalletto. No, non è un optional. Solido, alto (più di voi) e robusto. Negli scorsi giorni, ho avuto la possibilità di osservare con un 20×80, ad onor del vero sotto cieli inquinati, ma non mi ha convinto. Per come son fatto e per come sto maturando, preferisco di gran lunga la versatilità e leggerezza di qualcosa che non necessiti di cavalletto: leggo, cerco, faccio star hopping e sorrido alla vista di qualsivoglia macchietta luminosa. Lo voglio dinamico, lo voglio leggero, da combattimento. Mentre lo stringo e punto, mi sento un pirata all’arrembaggio. Presto avrò anche un cannone a disposizione, ma questa è un’altra storia ed avventura.

Se avete smania di upgrade, o siete affetti da strumentite acuta, esiste un’ulteriore famiglia di binocoli: gli stabilizzati. Quest’ultimi utilizzano dell’hardware e software dedicati (come alcune reflex ed obiettivi fotografici) per minimizzare il naturale tremolio dell’osservatore. Dato i costi elevati, hanno solitamente aperture modeste. I risultati, da quanto leggo, sono davvero soddisfacenti, ma preferisco di gran lunga investirli in un telescopio, quei soldi. Non certo in un binocolo dall’apertura risibile, se paragonato ad un riflettore newtoniano dello stesso prezzo.

Qualsiasi sia il vostro strumento, assicuratevi di utilizzarlo correttamente. Leggetene le specifiche, leggetene recensioni. Mi raccomando, taratelo ed impostatelo correttamente per ogni osservazione, per ogni osservatore. Non abbiate paura di modificarne fuoco, distanza interpupillare ed, eventualmente, compensazione diottrica. Quest’ultima, è un’ importante impostazione del vostro strumento. Qualora il binocolo abbia una singola ghiera di messa a fuoco (solitamente tra gli oculari, sul corpo centrale), quest’ultima agirebbe, ovviamente, su entrambi i cannocchiali, entrambi gli occhi. Questa sarebbe cosa buona e giusta se tutti avessimo due occhi identici tra loro. Purtroppo, spesso, non è affatto il caso. Con la compensazione diottrica sarà possibile appianare quelle piccole differenze tra occhio destro e sinistro, in maniera del tutto similare a quanto facciano le lenti (spesso diverse tra loro) di chi porta gli occhiali. Il giochetto è semplice: osservate utilizzando l’occhio sinistro. Solo quello, attraverso il tubo di sinistra. Osservate e mettete a fuoco qualsiasi oggetto, anche in diurna, ad una media distanza. Una volta trovata l’impostazione corretta della messa a fuoco, chiudete l’occhio sinistro ed osservate con il destro. Nel caso in cui l’immagine non appaia perfettamente a fuoco, dovrete agire sulla rotella di correzione diottrica che, solitamente, è posta tra il tubo di destra e l’oculare destro. Ruotandolo, dovreste riuscire a mettere perfettamente a fuoco l’immagine. In questo modo, da ora in poi, i vostri occhi partiranno da una situazione di neutralità focale. Qualsiasi successiva regolazione del fuoco, tramite la ghiera centrale, verrà applicata correttamente ad entrambi gli occhi.

Questo, lo ripeto, vale per il singolo osservatore. Cedendo, prestando o passando il binocolo di mano in mano, è auspicabile che ogni osservatore modifichi non solo il fuoco, ma anche il livello di compensazione delle diottrie. Non farlo, equivale a rovinare la seduta osservativa. Ovviamente, per chi decida di osservare indossando gli occhiali, le correzioni verranno apportate dagli strumenti stessi, senza che ci sia la necessità di modificare alcunché sul binocolo, se non la messa a fuoco.

Lo so, mi sono dilungato. A dirla tutta, ho tagliato, smussato e semplificato parecchi temi, diverse sezioni. La realtà dei fatti è che il binocolo è uno strumento che io stesso ho ignorato. Ho acquistato (malconsigliato dalla fretta ed informazioni sparse ed incomplete) senza essermi documentarmi esaustivamente. Ho poi capito. Rivenduto. Quel che ho fatto, quel che ho scritto – qui – è proprio quello che mi è mancato: un unica, singola, dettagliata ma comprensibile introduzione all’argomento.

Fate buoni acquisti. Due click, una manciata d’euro e vi si aprirà uno scrigno di luce.

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