Seconda stella a destra…

Le serate osservative aumentano, gli obiettivi visti e raggiunti, anche.

Finito il livello 0, ucciso il primo mostro, salvo i progressi della partita ed inizio il livello 1. Con calma, godendomi ogni fotone. Sono, e mi sta bene, ancora alle pendici della montagna. Salgo sul primo sasso, inizio. Inizio davvero.

Son passato dall’osservare ciò che fosse già visibile ad occhio nudo a cercare ed ammirare soggetti più complessi: quelli che senza l’ausilio di uno strumento rimangono evanescenti, appena percettibili, addirittura celati e nascosti. Invisibili. Per ora, lo strumento in questione è il mio binocolo 10×50. Un domani, sarà altro.

Identificare gli oggetti nel cielo, all’inizio, non è semplice. Soprattutto se neofiti. O meglio, identificare quell’oggetto. E non l’altro. Non uno a caso. Lui. Quello lì, quello che vuoi. La notte è immensa, è cangiante, si muove e vive di vita propria. Parlare di posizioni assolute non ha senso. Il tutto va rapportato e contestualizzato all’interno di quello che è il moto – apparente – degli astri e la loro proverbiale e mitologica – apparente – disposizione.

Per arrivare al proprio obiettivo, facile o invisibile che sia, bisogna ragionare su diversi piani ed applicare disparate strategie di ricerca. Il processo ha una base scientifica, scivola nel mitologico, poi geometrico. Tecnologico, fantasioso, porta sempre a risultati deterministici.

La necessità, se non fosse ancora chiaro, è quella di identificare, nella notte, un determinato oggetto. Una stella, nebulosa, un ammasso. Un satellite, pianeta. Qualsiasi cosa, pur che sia lì, pur che sia visibile con il migliore dei vostri strumenti.

La tecnologia moderna, figlia del progresso e cugina del libero mercato, soddisfa egregiamente la necessità espressa poc’anzi. Basta alloggiare il proprio strumento su una montatura elettronica (di cui parlerò esaustivamente più avanti) con meccanismo automatico di GoTo (ovvero, “vai a”) per lasciare l’onere del puntamento del nostro oggetto al software ed hardware di cui la montatura si compone. Allineandola, stazionandola e calibrandola a dovere, sarà in grado di puntare il telescopio esattamente nella direzione del nostro obiettivo, inquadrandolo esattamente al centro del campo visivo delle nostre lenti.

Bello. Funzionale.
Costoso. Freddo e meccanico.

Intendiamoci, è sicuramente un’opzione e funzionalità utilissima. Permette, senza impegnare troppi neuroni, di iniziare la propria osservazione senza “perder tempo” ad individuare il nostro ago nel pagliaio. Utilissimo per l’astrofotografia, dove nemmeno si osserva. Allineo, imposto, click. Fatto. Posso osservare, posso fotografare. Per alcuni principianti, meno pazienti, potrebbe fare la differenza tra l’osservare un oggetto particolarmente ostico e mandare tutto in vacca, con conseguente annuncio del tipo “vendo come nuovo, causa inutilizzo…”. Molti si fregan le mani e son ben felici di aprire il portafogli per “togliersi questa rogna del puntamento”, per minimizzare il tempo di setup e ricerca, per andare subito al sodo, al centro, al bersaglio. Ora, ammetto che la cosa abbia fatto gola anche me, ma, ripensandoci, non è così che voglio vivere – vivere! – la mia esperienza da visualista.

Il divertimento, il romanticismo, il senso di appagamento e l’intera sessione osservativa si nutrono, a mio parere, anche di questo: la caccia visuale. C’è chi preferisce gli animali allo zoo, etichettati, in mostra, in gabbie accessibili. C’è chi, invece, preferisce la ricerca. Sono convinto che l’individuare manualmente un soggetto, qualsiasi esso sia, faccia parte e contribuisca alla generale soddisfazione del safari notturno.

Un astrofilo, un visualista, deve, deve, conoscere il cielo.

Come un aborigeno in una giungla di stelle, deve sapere dove siano gli oggetti che lo interessano, quando siano a disposizione, per quanto tempo, come fruirne.

Deve.

Nel resto di quest’articolo descriverò, tenendo in considerazione la limitata esperienza maturata ad occhio nudo e binocolo, la tecnica dello star hopping, ovvero: del saltellare di stella in stella, del riconoscere, creare e seguire figure, segmenti e linee nel cielo per arrivare a destinazione. Questa metodologia, generica e fantasiosa, è, inoltre, estremamente utile per condividere la posizione di astri, a noi nota, con osservatori che brancolano, letteralmente, nel buio. Possiamo tranquillamente affermare che non sia, solo, una tecnica personale e privata, ma, in realtà, una sorta di linguaggio, primitivo quanto efficace, di comunicazione tra osservatori. Di per sé, trattasi di banali linee guida (in tutti i sensi) da applicare, a volontà, discrezione e fantasia. In rete è un argomento trito e ritrito, ma, da neofita, trovo che venga elaborato in maniera piatta, sbrigativa. Un paragrafo, due immagini, tre righe. Stop. Cercherò, quindi, di dare il mio contributo, meno sbrigativo, inserendo personali consigli emersi dagli errori, mancanze e limitata esperienza maturata nel corso delle ultime osservazioni.

In primis, beh, è ovvio: ci serve un obiettivo. Qualcosa da osservare.

Qualsiasi sia l’oggetto della nostra attenzione, la prima cosa da fare è verificare se, in quel momento, sia visibile. In questo, ci vengono in aiuto le carte astronomiche o, ancora meglio, i software di simulazione (Stellarium, ad esempio, disponibile sia per PC che per smartphone. Ne parlerò più avanti). La volta celeste cambia, muta, si muove, ruota. Il nostro oggetto potrebbe essere visibile, potrebbe essere già tramontato, non ancora sorto, o non sorgere del tutto, in quel particolare frangente. Inutile incaponirmi sull’osservare le Nubi di Magellano, dall’emisfero boreale, o la stella polare, dall’Australia. Inutile cercare Orione, in estate, da Milano. Insomma, il primo passo è necessariamente quello di esser sicuri di avere un obiettivo potenzialmente raggiungibile.

Una volta consultato le carte o simulato la disposizione degli astri in quella particolare notte, in quel particolare momento, la seconda domanda da porsi è: riuscirò a vederlo, una volta che ne avrò identificato la posizione? Capita, infatti, di riuscire a localizzare la zona in cui l’oggetto dovrebbe trovarsi, ma di non riuscire a scorgerlo a causa dei limiti posti dalla visibilità (foschia, velature), strumenti (occhio nudo, binocolo, telescopio, ecc…) ed inquinamento luminoso (lampioni, Luna, e via dicendo). Anche in questo caso, il miglior strumento a nostra disposizione sono i software di simulazione astronomica che ci permettono di capire, nelle simulazioni stesse, quale sia la quantità degli oggetti visibili, a partire dalle condizioni che ci circondano. In parole semplici: sarà possibile simulare un cielo inquinato, una notte velata, un’osservazione ad occhio nudo o telescopio. Conoscere quale sia il limite dell’osservabilità in quel momento, ad occhio nudo e con il nostro strumento, è estremamente importante. Inutile osservare un oggetto “invisibile”.

In astronomia, la magnitudine apparente altro non è che una misura della luminosità (nello spettro visibile, di solito) di un oggetto osservato dalla Terra (in assenza di atmosfera, ma su questo possiamo sorvolare). Maggiore è la magnitudine, contrariamente a quanto verrebbe da pensare, minore è la luminosità dell’oggetto in questione. Un oggetto con magnitudine apparente 5 è più luminoso di un oggetto con magnitudine 7. Gli astri più luminosi, addirittura, arrivano ad avere magnitudini negative (si ricordi quanto detto prima: maggiore è la magnitudine, minore è la visibilità. Ne consegue che a magnitudini con valori molto bassi, negativi, corrisponda un’intensa luminosità). Sirio, ad esempio, luminosissima stella del Cane Maggiore, ha una magnitudine apparente di -1.46. L’occhio umano, in condizioni osservative eccellenti, riesce a risolvere e percepire oggetti fino alle magnitudini 6 o 7, chi più, chi meno. Il limite è personale, dipende dalla conformazione dell’occhio e dalla capacità che ha la pupilla di dilatarsi. Devo ancora capire ed identificare chiaramente quale sia il mio.

La prima cosa che ho imparato a fare, pertanto, è quella di saggiare la bontà osservativa della serata. Ciò che faccio è tarare il software di simulazione rispetto a quanto io riesca ad osservare con il mio strumento. Scegliendo una porzione di cielo conosciuta, osservandola dal vivo e confrontandone la simulazione ottenuta dal software astronomico, agisco sui parametri di magnitudine limite ed istruisco il programma sul mostrare, o nascondere, le stelle che non soddisfino il mio filtro. Dopo 5 o sei iterazioni, riesco a raggiungere e capire quale sia il parametro della magnitudine massima a me visibile, ad occhio, in quel luogo. Il risultato finale, nella simulazione, deve essere quanto più simile a quanto osservabile in quel momento. Così facendo, sarò in grado di simulare la volta celeste e determinare se l’oggetto che voglio cercare, sia, o meno visibile ad occhio nudo.

La stessa procedura va, poi, ripetuta con il nostro strumento osservativo. Un binocolo, un telescopio, hanno la possibilità di assorbire molta più luce della pupilla umana, aumentando (di gran lunga!) il limite di magnitudine massima percettibile. In soldoni: con degli strumenti con un’apertura (diametro!) maggiore della mia pupilla dilatata (ed ad aver una lente di più di 7mm di diametro, ci vuol ben poco) riuscirò a vedere oggetti molto meno luminosi rispetto a quelli che posso vedere solo ad occhio nudo.

Le seguenti, sono 4 simulazioni di Cassiopea, per come apparirebbe sotto cieli, rispettivamente: inquinati, poco inquinati, scuri, molto scuri e limpidi. Per ottenere queste simulazioni, ho banalmente ricercato in Stellarium la costellazione, ho aperto le impostazioni (tasto F4) e nel pannello “Cielo” ho impostato il valore della “Magnitudine limite“. All’aumentare della magnitudine, aumentano, di conseguenza, gli oggetti visibili, come evidenziato dalle seguenti immagini.

Il secondo valore aggiunto di questa taratura ed impostazione sarà presto chiaro: per identificare gli oggetti nascosti ed evanescenti, dovrò basarmi su sentieri virtuali, su disegni e forme nel cielo che identifichino il percorso che, da stelle note, mi porti a trovare il tanto agognato puntino luminoso. Star hopping, per l’appunto. Dovrò, quindi, preparare e studiare a tavolino quelle che saranno le indicazioni stradali, stellari, per arrivare da una zona o stella a me nota, alla mia destinazione. Inutile crearmi un percorso composto da stelle impercettibili! Avere, sul simulatore, la corretta rappresentazione di quanto osservabile mi permetterà di creare delle indicazioni verosimili e percorribili. Se così non fosse, mi ritroverei su binari morti che puntano nel buio. Perso.

Determinato che l’oggetto sia presente nel cielo e sia visibile, ora, l’onere è trovarlo. Il prossimo passo, quindi, è quello di determinare, ad occhio, la zona (zona! non punto!) in cui risiede il nostro oggetto. Le strade, sono due.

La prima, tecnologica e diretta, consta nell’utilizzo di un dispositivo mobile, dotato di accelerometri e georeferenziazione, per puntare il cielo. Un normale smartphone di ultima generazione che “sappia dov’è e sappia in che direzione stia puntando”. L’idea, è quella di mimare (in modo impreciso ed artigianale) una montatura elettronica, lo stesso strumento di cui ho parlato all’inizio di questo articolo. Con l’ausilio di un’applicazione dedicata (Stellarium, SkEye, SkySafari, ecc…), basta seguire le frecce che indicano la posizione dell’astro e muoversi in quella direzione. Si tratta, banalmente, di impostare la ricerca, puntare il telefono in alto, ovunque, e seguire le indicazioni automatiche a video. Un po’ più a destra, ancora, più in alto, giù, ecco. Nel giro di pochi secondi saremo in grado di identificare, passivamente (siamo noi a muoverci, non il dispositivo), la porzione di cielo in cui si trova l’astro. Il fatto di puntare uno schermo verso il buio, presuppone che io abbia, nel mio campo visivo, lo schermo e gran parte del cielo. L’identificazione della zona in cui si dovrebbe trovare il mio obiettivo è, pertanto, grossolana. Abbassati gli occhi per riporre lo strumento, sarà difficile riposizionali nel punto esatto indicato dal dispositivo mobile. Insomma. Va bene, ma non troppo. Lasciando al software il compito di guidarci all’interno della volta celeste, ci si siede sugli allori, si evita di studiare, di capire. In soldoni: si evita di ricordare. L’identificazione manuale, ragionata, invece, ci permetterà di ricordare più facilmente la posizione in cui indagare ulteriormente. La prossima volta, basterà un rapido sguardo al cielo per tornare nella zona interessata. Diversamente, avremmo sempre bisogno della guida software per muoverci tra le stelle. Non ha senso. Non ha senso, quantomeno, per un astrofilo.

La strada che consiglio, pertanto, è quella di utilizzare, sì, mappe e simulazioni, ma di procedere, in autonomia, senza l’ausilio di guide automatiche, nella ricerca della costellazione e zona di interesse. Svolgendo un’attività mentale, razionale, sarà molto più semplice, se non automatico, memorizzare quanto fatto per le prossime osservazioni. Repetita iuvant e non c’è come studiare, mettere in pratica e ripetere un’operazione per memorizzarne la procedura e fissare nella mente il risultato di tanta (nemmeno poi troppa) fatica. In fin dei conti, è proprio questo il motivo per cui io stia scrivendo questo blog.

Esempio pratico: ipotizziamo di voler osservare la stella Regolo. Una singola stella, nell’immensità del cielo notturno invernale.

Divide et impera.

Immaginando di disporre di una conoscenza da principiante, lacunosa, della notte stellata, il nostro compito è ora quello di avvicinarci, piano piano, all’astro. E’ improponibile porsi l’obiettivo di individuarlo subito, al primo colpo, alzando il naso. Piuttosto, dovremo dividere un problema complesso, la sua identificazione, in diversi, piccoli, problemi più semplici e risolvibili. Ad ogni passo, saremo sempre più vicini a Regolo, ragionando, piuttosto che seguendo un indicatore lampeggiare su un monitor. Osservando, arrivandoci per passi, ci renderemo conto di cosa ci sia lì attorno, sfioreremo altre costellazioni, osserveremo altri astri, ne leggeremo nomi. Svilupperemo, pertanto, la nostra conoscenza del buio e della luce. Proprio quello che ci permetterà, le prossime volte, di essere autonomi.

Primo passo, documentarsi. Ovunque preferiate. Nel mio caso, Wikipedia:

Regolo (Alfa Leonis) è una stella appartenente alla costellazione del Leone. Avendo magnitudine apparente 1,40, essa è la stella più brillante della costellazione nonché la ventunesima stella più luminosa del cielo notturno terrestre.

Bene.
Costellazione del Leone.
Magnitudine apparente 1.40.

Come abbiamo detto, l’occhio umano riesce a distinguere oggetti con una magnitudine apparente attorno al valore 6. Un oggetto di magnitudine 1.4 risulterà sicuramente molto luminoso e ben visibile senza l’ausilio di binocolo o telescopi. Wikipedia ci suggerisce, anche, che la stella appartenga alla costellazione del Leone. Una rapida occhiata alle mappe stellari, o ad un simulatore, dovrebbe bastare per iniziare a familiarizzare con la forma della costellazione e capire se, in questo momento, sia visibile dal nostro punto di osservazione. Il mio consiglio è quello di sforzarsi di vedere, nella costellazione, ciò che ci vedevano gli antichi. A questo proposito, sono utili le opzioni di alcuni programmi che rappresentino, graficamente, figure articolate sovrapponendole a quelle, stilizzate, delle costellazioni stesse. Più spunti e dettagli ci comunica una costellazione, più semplice sarà ricordarne forma e posizione. E’ importante sapere dove siano l’eventuale testa, zampa, scudo, velo, arma. E’, questa, l’abitabilità del cielo. Guardar in su e sentirsi a casa, sapersi muovere.

Assorbita ed impressa nella mente la costellazione in questione, appurato che sia visibile, dobbiamo cercarla nella volta notturna. Qui, ci serve un primo, unico, punto di riferimento. Qualcosa di riconoscibile, di conosciuto, di visibile ad occhio nudo ed identificabile sulle nostre mappe o simulazioni: la Luna, un’altra costellazione, un asterismo (insieme di stelle riconoscibile per il proprio assetto geometrico) o, banalmente, una singola stella.

In queste notti invernali, è praticamente impossibile non imbattersi, volenti o nolenti, in Orione. L’asterismo composto dalla sua cintura, le tre stelle quasi allineate Alnitak, Alnilam e Mintaka possono fungere da richiamo, da punto d’inizio, da leva per intraprendere i “saltelli” necessari per identificare la costellazione del Leone.

Trovata, ad occhio, la cintura, sarà facile identificare la figura del cacciatore e seguirne il profilo, paragonando quanto in cielo con quanto sulla propria mappa o simulazione. In particolare, si presti attenzione alle due stelle superiori, quelle nelle spalle di Orione: Betelgeuse, la supergigante rossa (a sinistra) e Bellatrix, blu, a destra.

Osservando la volta celeste simulata, ci si renderà facilmente conto che la costellazione del Leone, e la stella Regolo, in particolare, si trovi esattamente sul prolungamento della linea che possiamo, ipoteticamente, tracciare a partire da Bellatrix, passando da Betelgeuse.

Star_hopping_da_Orione_per_Leone_e_Regolo
Star hopping a partire da Orione (in particolare da Bellatrix, passando per Betelgeuse) per arrivare alla stella Regolo, del Leone

Seguendo, con lo sguardo, questa ipotetica linea, sarà quindi possibile identificare la stella Regolo, l’oggetto che ci eravamo preposti di osservare, senza particolare fatica. Ma non solo. Avremo scoperto qualcosa di più su Orione, sulle sue stelle e memorizzato un tracciato, semplice e diretto, per individuare, di nuovo, quella stella e costellazione, a partire da qualcosa di già noto. Avremo osservato il Leone, le sue forme, la sua posizione nel cielo. E’ possibile che, d’ora in poi, sapremmo identificarlo ad occhio, senza servirci di sentieri e rimbalzi. Abbiamo, su ogni fronte e livello, imparato ed assimilato qualcosa. Ecco perché, a mio parere, è utile non affidarsi esclusivamente all’elettronica.

Quello appena descritto, è uno star hop composto da un hop, salto, singolo. Il percorso che abbiamo tracciato, ed inventato, è in linea retta e si compone di un singolo segmento. E’ la tipologia di percorso più semplice e diretta, ma nulla vieta di inventarne di più complicate e segmentate.

Un altro tipico esempio è quello che mi insegnò mio padre tanti anni fa: trovare la stella polare (isolata e facente parte di una costellazione poco luminosa, difficile da identificare) utilizzando le stelle del Gran Carro (molto più visibili e luminose), parte della costellazione dell’Orsa Maggiore.

Basta trovare la ben nota e visibile Orsa Maggiore (aiutandosi, se fosse il caso, con le solite mappe e simulazioni) e, partendo da Merak, tracciare una linea che, passante per Dubhe, arrivi alla Polare.

starhopping_Polare_da_OrsaMaggiore
Star hopping a partire dal Gran Carro (in particolare da Merak, passando per Dubhe) per arrivare alla stella Polare, nell’Orsa Maggiore.

Comodi e significativi sono altri due “sentieri” semplici e diretti, nel cielo invernale: trovare, a partire da Orione (e dalla cintura, in particolare) la stella Sirio, la stella Aldebaran e, più in là, a destra, le Pleiadi (M45). Prendendo in considerazione l’asterismo della cintura del cacciatore, proseguendo l’ipotetica linea che passa tra le tre stelle, a sinistra, in basso, alla stessa altezza del piede di Orione, c’è Sirio. Luminosissimo. Seguendo la stessa linea e traiettoria, ma a destra, si incontrano la arancione Aldebaran (l’occhio del Toro) e le sette sorelle (le Pleiadi). Provateci, è semplicissimo.

Starhop_Sirio_Aldebaran_da_cintura_di_Orione
Star hopping a partire dalla cintura di Orione per arrivare a Sirio, in basso a sinistra e Aldebaran e Pleiadi, in alto a destra

La cosa si complica, ma diventa estremamente utile se non indispensabile, quando l’oggetto da cercare ed identificare sia invisibile ad occhio nudo. In primis, ricordiamoci di scomporre il problema della sua identificazione in problemi di minore entità: dovremo, pertanto, identificare la costellazione di riferimento (visibile ad occhio nudo) e la porzione di cielo in cui indagare più a fondo. Arrivati al limite delle possibilità umane, dovremo tarare il nostro simulatore per il limite di magnitudine visibile allo strumento che abbiamo a nostra disposizione. Raggiunta una simulazione quanto più simile all’osservabile (con lo strumento), avremo ora la possibilità, e necessità, di crearci un nuovo sentiero, un nuovo star hop che seguiremo, piuttosto che con gli occhi, con lo strumento in dotazione. Salteremo di stella in stella fino ad arrivare in prossimità del nostro obiettivo che, verosimilmente, ci apparirà all’interno del campo visivo.

Un semplice esempio, proveniente dalla mia personale esperienza con il binocolo, è la ricerca di M52, M103 e NGC 654 in Cassiopea. Identificata la costellazione tramite osservazione ed eventuale hopping a partire da altre costellazioni conosciute, M103 rimane molto vicino alla stella Ruchbah, a circa ore 11 ipotizzando che le ore 12 siano in direzione della stella, sempre di Cassiopea, Segin. Questo giochetto ed indicazione, utilizzando il gergo preso in prestito dai militari consta nel dividere un angolo di 360 gradi in 12 ore (piccoli passi da 30 gradi l’una). E’ molto utile per ricordare e comunicare gli angoli dei nostri saltelli. M103 rimane, pertanto, a ore 11, a circa 1/5 della distanza che c’è tra le due stelle, Ruchbah e Segin. Identificato l’ammasso aperto, proseguendo sull’ipotetica linea tracciabile da Ruchbah e quest’oggetto, a circa il doppio della distanza tra la stella ed M103, si noterà, facilmente, il luminoso ammasso NGC 654 (che rimane leggermente spostato sulla destra, rispetto alla linea immaginaria appena percorsa. Sulla stessa linea, invece, si trova NGC 663, ma, quantomeno con un binocolo 10×50, è davvero poco visibile). M52, invece, per pur poco visibile che sia con il mio strumento, è semplice da identificare partendo da Shedar, arrivando a Caph (le basi del trono di Cassiopea) e percorrendo questa ipotetica linea per la stessa distanza che divide le precedenti due stelle. L’ammasso apparirà sotto la stella 4 Cas (visibile ad occhio nudo, con una magnitudine apparente di 4.95).

Star_hopping_da_Cassiopea_M103_NGC654_M52
Star hop per trovare, a partire da Ruchbah, M103 e NGC654. Star hop per trovare, a partire da Shedar e Caph, M52. I tre ammassi aperti sono indicati da un quadratino arancione.

Le cose si complicano un po’ quando l’oggetto da ricercare, sotto la soglia del visibile,  sia un una zona particolarmente povera di stelle visibili ad occhio nudo e con il vostro strumento. Permettetemi un esempio chiarificatore: M3. Il Maledetto.

E’ stato il mio primo, difficile, obiettivo. Risibile, ora. Ma prima di riuscirci, prima di capirne la posizione, mi son dovuto documentare, ho dovuto studiare uno, due, possibili star hop e, alla fine, ho trovato quello che è il “mio” metodo, ormai semplice, di localizzazione. Il giusto pizzico di frustrazione iniziale per rendere l’identificazione finale ancora più piacevole.  In mezzo al nulla, in una zona di cielo che poco conoscevo, senza punti di riferimento a me noti, ero, davvero, al buio. Ipotizzando di doverlo ritrovare, ripercorro l’esperienza da poco vissuta in una delle ultime notte al passo del Lucomagno.

Wikipedia:

M3 (conosciuto anche come NGC 5272) è un ammasso globulare visibile nella costellazione dei Cani da Caccia; è fra i più brillanti del cielo. Magnitudine apparente 6.2

Perfetto. Costellazione dei Cani da Caccia. Mai vista. Oggetto di magnitudine 6.2. Dovrebbe essere al limite della visibilità ad occhio nudo, ma solo sotto un cielo davvero limpido e buio. La prima cosa da fare è controllare se la sua posizione lo renda potenzialmente visibile, nel cielo di oggi, e se sia alla portata del mio strumento (in quel caso, ero provvisto di binocolo 10×50).

Controllando le mie carte, noto che la costellazione, davvero limitata e composta da 2 sole stelle, dovrebbe essere tra la Chioma di Berenice e la coda dell’Orsa Maggiore, ovvero le tre stelle “slegate” del Gran Carro. In particolare a metà tra Mizar e Al Dafirah. Proprio lì, proprio in mezzo. Stellarium mi conferma che l’oggetto sia visibile, oggi, e che sia alla portata del mio binocolo. Controllo ad occhio, cerco la costellazione, guardo. In effetti, ora mi è chiaro. Vedo quelle due stelline disposte in direzione della giallognola Arturo, nella costellazione del Boote (il Bifolco).

Cani_da_caccia
Star hopping per l’identificazione della costellazione dei Cani da Caccia, tra Mizar, dell’Orsa Maggiore e Al Dafirah, della Chioma di Berenice

Dato che M3 dovrebbe essere al limite della visibilità, provo ad identificarlo ad occhio. Dalle mie carte sembrerebbe essere esattamente all’incrocio tra la linea immaginaria che si può tracciare passando per i due cani da caccia (da Chara a Cor Caroli, in direzione di Arturo, nel Boote) e quella che si sviluppa sul proseguimento del segmento, nella Chioma di Berenice, tra Al Dafirah e 43 Com. L’intersezione delle due dovrebbe rivelarmi M3, un ammasso globulare, ovvero un insieme sferoidale di centinaia di migliaia di stelle, ad altissima concentrazione, risolvibile in una stellina nebulosa, con un binocolo 10×50.

Star_hopping_M3_da_Cani_da_Caccia_e_Chioma_di_Berenice
Star hopping per individuare l’ammasso globulare M3, a partire dai Cani da Caccia e Chioma di Berenice

Sarà, ma anche se mi impegno, non vedo nulla. La zona in questione è buia, vuota. Priva di punti di riferimento e davvero, davvero scura. M3 è un fantasma, ad occhio, non lo vedo affatto. Provo con il binocolo. I 5cm delle lenti del mio strumento dovrebbero permettermi di risolvere stelle ed oggetti fino ad una magnitudine di circa 8, dandomi la possibilità di utilizzare, per i miei saltelli, nuove e più stelle rispetto a quanto fatto ad occhio. Ci riprovo. Modifico i parametri del simulatore e provo a crearmi dei nuovi sentieri. Li disegno mentalmente, li ripasso, li ripeto ad alta voce mentre, col binocolo, provo a ripercorrerli.

Niente, mi perdo.

La realtà dei fatti è che al binocolo mi compaiano molte più stelle rispetto a prima, confondendomi, ed il campo visivo sia notevolmente diminuito, facendomi osservare una porzione di soli 6.5 gradi, rispetto ai quasi (semplificando) 200 gradi dell’occhio nudo. Il problema maggiore è quello di essermi prefisso di fare dei saltelli che mi obblighino a passare da un oggetto all’altro, senza che entrambi siano, contemporaneamente, nel mio campo visivo. Le eccessive distanze e parziali ed imprecise indicazioni che riuscivo a ricordarmi, mi portavano su binari morti. Decido, pertanto, di trovare dei punti di riferimento tra loro vicini, in modo che siano o all’interno del campo visivo del mio strumento o, quantomeno, abbastanza vicini per non farmi perdere la cognizione dello spazio e della direzione. Il problema, infatti, è che le due stelle dei Cani da Caccia sono troppo lontane dalla mia destinazione e che la direzione impostata, seguendo la traiettoria che le unisce, diventa via via più imprecisa ed inutile. Lo stesso, se non peggio, per la Chioma di Berenice. Partendo da Al Dafirah non riesco nemmeno ad arrivare, senza perdermi, a 43 Com. Devo trovare qualcosa di più significativo, riconoscibile e che mi dia la giusta direzione.

Sulla mappa, individuo due asterismi nella Chioma di Berenice che potrebbero tornarmi utili. Simulo, inserendo i dati del mio binocolo, il campo visivo che avrei utilizzando lo strumento. In questo modo posso rendermi conto di cosa possa vedere all’interno del binocolo, di cosa accada e cosa possa aspettarmi spostandomi in una determinata direzione.

Il risultato è un hop a 3 passi, quasi sulla stessa linea, con movimenti più corti e meglio percorribili, con un campo di vista così ridotto, rispetto all’occhio nudo a cui ero abituato. Partendo da Al Dafirah, mi dirigo in direzione di 43 Com, ma fermandomi e “riaggiustando il tiro” grazie all’asterismo composto da 30 e 31 Com. Queste due stelle mi danno la possibilità, seguendo la proiezione della linea che disegnano, di raggiungere 41 e 43 Com con agio. Proseguendo, successivamente, per la proiezione del segmento passante tra queste ultime, lasciandole scivolare all’esterno del campo visivo del binocolo, M3 dovrebbe “sorgere” proprio al loro “tramontare”.

Star_hopping_M3_3_step_Chioma_di_Berenice
Star hopping per individuare M3, in 3 passaggi, a partire da Al Dafirah nella Chioma di Berenice, passando per 30, 31, 41 e 43 Com.

Ecco, simulati, i tre passi tenendo in considerazione il campo visivo del mio binocolo 10×50. Partenza da Al Dafirah ed arrivo a 30 Com.

Star_hopping_M3_3_step_Chioma_di_Berenice_Passo_1
Primo passo dello star hopping per trovare M3. Da Al Dafirah a 30 Com.

Partenza dalla linea tracciata a partire da 30 Com e 31 Com ed arrivo in 41 Com.

Star_hopping_M3_3_step_Chioma_di_Berenice_Passo_2
Secondo passo dello star hopping per trovare M3. Da 31 Com a 41 Com

Partenza dalla linea tracciata da 41 e 43 Com fino al loro tramonto.

Star_hopping_M3_3_step_Chioma_di_Berenice_Passo_3
Terzo passo dello star hopping per trovare M3, da 43 Com, mantenere la direzione data dal segmento 41-43 Com fino al loro tramonto

E, finalmente, il sorgere di M3 all’interno del mio campo visivo.

Star_hopping_M3_3_step_Chioma_di_Berenice_Passo_3_B
Parte finale del terzo passo dello star hopping per trovare M3. Al tramontare di 43 Com, sorge M3

Veni, vidi, studiai, ci provai, sbuffai, ci riprovai, ristudiai, ci ri-riprovai et vici. ‘Na faticaccia, ma ne è valsa la pena. ‘Na faticaccia, ma ho imparato tanti di quei nomi, disposizioni, costellazioni, stelle ed asterismi che nemmeno mi sarei sognato semplicemente pigiando M3 sul tastierino di un dispositivo GoTo. Questo è il mio, personale, metodo. M3, lo trovo così. Sempre. A mente. Ed ancora mi ci diverto, nei miei saltelli. Il punto è proprio questo: ho sviluppato la mia percezione e conoscenza del cielo, l’abitabilità della notte. E ne son contento.

Il mio consiglio, a questo punto, è quello di provarci. Non c’è come la pratica per affinare la tecnica e colmare le proprie lacune. Io, personalmente, ho trovato utile, per alcuni soggetti, stampare appunti e schizzi, simulare il campo visivo del mio strumento e controllare la magnitudine limite, ripetere le indicazioni tanto mentalmente quanto a voce alta, spostandomi dal simulatore alla volta celeste. Ho trovato molto utile descrivere i diversi angoli in quanto “ore militari” e, perché no, qualche goffa indicazione approssimativa: “appena più su, un po’ più a destra, vicino a quella stellina con quell’altra di lato, dovrebbe essercene una con un’altra sotto”. Non tutto, necessariamente, deve essere preciso ed oggettivo, quantomeno non nelle prima fasi della ricerca.

In fin dei conti, i primi a cui state dando delle indicazioni, siete voi stessi.

Hop!

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