DON’T PANIC

Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione

Questo, è l’incipit di “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams. Sicuramente una valida, ed alternativa, fonte di informazioni sulla nostra galassia, in quanto si tratta di un libro in forma di piccolo computer, un best-seller universale (Terra esclusa), che si vende benissimo per due ragioni:

  • costa poco
  • reca stampate, a grandi lettere amichevoli sulla copertina, le parole “DON’T PANIC”

In questa sorta di TripAdvisor galattico, potrete incontrare alieni provenienti da Betelgeuse (la super gigante rossa! In Orione), volare a bordo di astronavi alimentate ad improbabilità, conoscere il presidente galattico e scoprire chi, con scalpello e martello spaziali, abbia scolpito i fiordi norvegesi. Il libro vi darà la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto. 42. Questo, scorrazzando per la nostra galassia.

Se invece preferite un approccio più scientifico ed un riassunto di quanto osservato, teorizzato e discusso negli ultimi duemila anni, continuate a leggere qui sotto.

Da dove arriva il nome galassia? E… Cos’è?

Violando il principio per cui non si debba mai definire l’oggetto che stiamo descrivendo utilizzando il sostantivo in questione, la Galassia è una galassia. O meglio, la nostra Galassia è una galassia. Preciso: le galassie, sono sì galassie, ma non sono la Galassia.

La smetto. Facciamo un po’ d’ordine. Il termine galassia deriva dal greco γαλαξίας (galaxìas), che significa “di latte, latteo“. Avete mai mangiato le Galatine? Caramelle al latte. Ed il Galak? Tavolette di cioccolato bianco, bianco latte (che il cioccolato bianco sia fatta di burro di cacao e non di latte, lasciamolo scoprire all’italiano medio con lo stesso stupore con cui scoprirà che collutorio si scrive con una “t”) . Gala, galax, galassia… Latte. Via Lattea.

E’ così che gli antichi chiamavano quella pennellata di bianco che fendeva, e fende (ahimè, nascosta ai nostri occhi da noi stessi) il cielo notturno. Le diedero un’origine divina, mitologica: Zeus, in una delle sue innumerevoli scorribande amorose, ebbe l’ennesimo figlio dall’ennesima mortale di cui si invaghì. Per assicurare l’immortalità al nuovo nato, ebbe la brillante idea di sottrarlo alla madre e di attaccarlo al seno della moglie, Era, dea e divinità immortale. Ovvio, se ne accorse. Staccando ed allontanando il bimbo dal proprio petto, uno schizzo di latte andò a bagnare, tingendolo indelebilmente, la notte stellata.

Questo, per loro, era quel lattiginoso alone, allungato e strisciato nel cielo notturno. In India, si pensava fosse un’estensione ed alter-ego celeste del Gange, mentre per gli arabi – più concreti e meno avvezzi a storielle – altro non era che la scia luminosa della chioma di stelle lontane (e, in fin dei conti, ci andarono vicino…).

Il primo che si rese conto che in realtà si trattasse di centinaia, migliaia, miliardi di stelle, fu, indovinate un po’, Galileo! Puntando il suo telescopio verso quella luce nel cielo, ne scorse dettagli invisibili e confusi ad occhio nudo. Fu così che si delinearono i contorni di quello che oggi sappiamo essere la nostra Galassia.

All’epoca, semplicemente era “la” galassia, non la nostra. Quante altre vuoi che ce ne siano? Una, no? Difficile scrollarsi di dosso il principio del rasoio di Occam e lo spiccato sapiens-centrismo di noi mammiferi antropomorfi.

Ma che forma ha, e perché la vediamo come una pennellata lattiginosa nel cielo notturno? Ad occhio nudo, con buone condizioni di visibilità, la Via Lattea appare, in entrambi gli emisferi, proprio come una linea, obliqua, che attraversa la volta stellata. In alcuni punti più scura, in altri più chiara. Lì, meno delineata, là, di più. Della sua morfologia parlerò, dettagliatamente, in un futuro articolo. La cosa triste, a dire il vero, è che dalle nostre case, in città o paese, è davvero raro vederla. L’inquinamento luminoso la nasconde ai nostri occhi, ma lei c’è, è lì.

Aguzzate la vista ed arrampicatevi in montagna. Sota a cü biot, sfaticati!

Qual’è, quindi, la forma della nostra Galassia? Inutile la suspense di un rullo di tamburi, dovrebbe essere noto, ai più, che la nostra galassia abbia una forma discoidale. Come un piatto, un disco, per intenderci. Un ammasso di stelle, polveri, nebulose e materia che ruotano attorno ad un comune centro di massa.

Se fosse possibile osservarla dall’esterno, con il disco rivolto verso l’osservatore, sarebbe qualcosa di simile a quanto rappresentato nella prossima immagine (a sinistra). Nella seconda, invece, come apparirebbe se la si osservasse di taglio, paralleli e sullo stesso piano del disco galattico.

Il motivo per cui, a noi, appare come una strisciata nel cielo dovrebbe esser chiaro: trattasi del disco galattico, visto di “taglio”. Quello che osserviamo, ovviamente, è solo una porzione del disco, corrispondente alla parte di Via Lattea visibile in quella direzione da quel punto della superficie terrestre.

Per intenderci, immaginate di avere un’aureola attorno alla testa, di inclinarla un po’ e di abbassarla, in modo che l’aureola sia attorno al viso, agli occhi, e non sopra la testa. Quello che vedreste è la porzione interna dell’aureola che rimane davanti ai vostri occhi, inclinata tanto quanto l’avrete precedentemente spostata.

Noi siamo, ovviamente, all’interno della Via Lattea e ne abbiamo visibilità limitata, in prospettiva. Ci rimane particolarmente complesso immaginarla e studiarla dal nostro punto di vista. Fortunatamente, di galassie ce ne sono migliaia. Migliaia di milioni. Centinaia di Miliardi. Nel corso degli ultimi cento anni (è solo dai primi decenni del XX secolo che si è capito che le galassie fossero oggetti esterni alla Via Lattea) abbiamo avuto la possibilità, e volontà, di osservarne, studiarne e catalogarne una grandissima quantità. Tutto questo ci ha dato la possibilità, dati alla mano, di stimare la composizione, forma e dinamiche della nostra stessa Via Lattea.

Prima dell’avvento dei telescopi, le uniche tre galassie osservate ed osservabili, senza che si sapesse cosa fossero, erano solamente tre: le Nubi di Magellano (Grande e Piccola), visibili esclusivamente dall’emisfero australe e la Galassia di Andromeda, osservabile principalmente dall’emisfero boreale. Le prime due si manifestano come macchie irregolari, la terza, invece, come una stellina (ovviamente, è ben altro) con attorno un leggerissimo alone luminoso.

Andromeda, in particolare, è la galassia gigante più vicina a noi e mi ha sorpreso comprenderne la reale dimensione e vicinanza. E dire che nei Cavalieri dello Zodiaco Andromeda era il cavaliere più sfigato! Se fosse visibile ad occhio nudo, così com’è visibile ad un sensore fotografico dopo una lunga esposizione, apparirebbe grande tre volte la Luna. TRE VOLTE! Pensateci, la prossima volta che vi troverete con il naso all’insù: lì sopra, nell’omonima costellazione, Andromeda occupa un enorme spazio nella volta celeste. Solo, noi, non la percepiamo.

h0oe0gt
La galassia di Andromeda e la Luna, se fosse possibile vederle entrambe, contemporaneamente, ad occhio nudo. Si notino le proporzioni dei due oggetti celesti.

Le Nubi di Magellano erano già state, sicuramente, viste ed osservate dalle popolazioni che hanno vissuto sotto l’equatore. Per motivi tecnologici, culturali e logistici, però, non ci è giunto alcuno scritto o studio a riguardo, se non quelli datati dopo gli avvistamenti dei primi esploratori europei giunti in loco.

Le “nubi”, come facilmente ipotizzabile, prendono il loro nome dal navigatore Ferdinando Magellano. Il portoghese le descrisse nei propri diari di bordo durante il tentativo di circumnavigare il globo. Morto ammazzato dagli indigeni (un po’, se la cercò. Ecco cosa succede a fare lo sborone conquistatore) a tre quarti del viaggio, è merito dell’italiano Antonio Lombardo, detto il Pigafetta, se gli scritti di Magellano siano giunti fino a noi.

Italia-Portogallo 1:1. Lombardo è uno dei 18 logori, malati, pulciosi e malnutriti marinai che fecero ritorno, dopo quasi 3 anni, dei 237 uomini di cui si componeva la spedizione iniziale. Quello che colpì Magellano, oltre alla lama di un indigeno, fu il fatto che queste due “nubi” fossero in prossimità della Via Lattea, ma comunque nettamente separate da quello che noi sappiamo essere il suo disco. In effetti, queste due galassie irregolari, ci orbitano attorno, costituendo, in tutto e per tutto, due legittimi satelliti della Via Lattea. Come vedete, su scale diverse, il meccanismo alla base di tutto è sempre lo stesso: l’attrazione gravitazionale.

La galassia di Andromeda, invece, essendo visibile a popolazioni scientificamente e tecnologicamente più avanzate, è stata oggetto di accesi dibattiti, pietra miliare del riconoscimento del fatto che ci fossero galassie esterna alla nostra, “universi isola“, come li chiamarono alcuni.

Ecco come appare (quasi) ad occhio nudo, in una giornata estremamente limpida, con condizioni di visibilità perfette. L’immagine seguente è il risultato di un’esposizione relativamente breve, giusto quanto basta per rendere un po’ più visibile il disco di Andromeda. Si noti il bagliore nella sua parte centrale, il nucleo (che viene spesso confuso con una singola stella) e quel leggero bagliore dovuto alle regioni esterne. Io, a dire il vero, ho sempre e solo visto il nucleo. Il resto, irrimediabilmente coperto dall’inquinamento luminoso.

andromeda-a-occhio-nudo-o-quasi_orig
La galassia di Andromeda come appare (quasi) ad occhio nudo

Ed ecco, invece, come appare al telescopio Hubble, in orbita.

maxresdefault
Andromeda, fotografata utilizzando e sommando diverse riprese di un telescopio professionale all’esterno dell’atmosfera terrestre

Ma come si è capito cosa fosse?

Procediamo per gradi, l’iter è interessante: un po’ di storia.

La primissima testimonianza scritta dell’osservazione e studio di Andromeda risale al 964 ed è stata condotta dall’astronomo persiano Abd al-Rahman al-Sufi. Nei suoi scritti, la descriveva come una “piccola nube“. Il primo a descriverne l’aspetto dopo averla osservata con un telescopio fu, 700 anni più tardi, il tedesco Simon Marius il quale la definì come “la luce di una candela osservata attraverso un corno traslucido” (altri tempi, altre metafore dettate da una quotidianità ormai perduta). Nel 1764 Charles Messier la inserì nel suo celebre catalogo (di cui parlerò esaustivamente in un altro intervento) accreditandone, erroneamente, la paternità a Marius, ignorando l’esistenza stessa degli scritti di Sufi. Un altro tedesco, William Herschel, notò un debole alone rossastro nella sua regione centrale ed iniziò a convincersi del fatto che fosse la più vicina tra tutte le “grandi nebulose“.

Fin qui, nessuno sapeva realmente cosa stesse osservando e l’ipotesi più accreditata era quella che si trattasse di una nebulosa (come M42 in Orione, per intenderci). Nube, nebulosa, bagliore, tutti fuori strada. Ma non mollarono, continuarono a puntare, occhi, naso e strumenti in quella direzione.

Un contributo importante arrivò dall’inglese William Huggins che nel 1864 ebbe la brillante idea di analizzare lo spettro della galassia (ne parlerò, credo, in un articolo dedicato) e notò che era ben diverso da quello di altre (reali) nebulose ad emissione. Gli spettri mostravano un continuum di frequenze e linee scure, molto simile a quello delle singole stelle. Senza scendere in tecnicismi, notò che Andromeda si comportasse, dal punto di vista delle emissioni, più come una stella, che come una nebulosa.

Colpo di scena. C’è chi, all’epoca, iniziò a pensare che in Andromeda ci fossero stelle, piuttosto che solo polveri.

Nel 1885, un altro promettente indizio, questa volta, col botto! In quell’alone luminoso che ancora celava i propri segreti, un botto, un lampo, una luce: una supernova: S Andromedae, la prima osservata in quella galassia. La prima al di fuori della nostra. Sul pianeta Terra arrivò l’eco visivo del violento collasso di una stella morente, sotto forma di brillantissima esplosione osservata proprio in quei luoghi celesti per i quali si stesse valutando la possibilità, o meno, che contenessero stelle. Beh, c’erano!

La strada per il riconoscimento di Andromeda come galassia, iniziava a spianarsi.

Due anni più tardi, nel 1887, l’inglese Isaac Roberts la riprese e fotografò dal suo osservatorio privato. Ed ecco la prima fotografia ad una galassia, la prima testimonianza scritta di quella luce rubata ad Andromeda.

Questo è quanto catturato 130 anni fa, su lastra fotografica (ignoro i tempi di esposizione, ed immagino si fosse costruito una montatura di qualche genere). Quella stessa luce, prima di venir fissata chimicamente su carta, aveva viaggiato per 2.5 milioni di anni, da lei, a noi. Roberts, all’epoca, riuscì a catturare ciò che il semplice occhio non riusciva a metabolizzare. Il risultato, per quel tempo, fu strabiliante. Io, oggi, non riesco nemmeno a puntarla con il mio 400mm. Don’t panic.

Da questa prima immagine fu chiaro che Andromeda possedesse una struttura a spirale. Ne ignorarono, però, il motivo ed erroneamente continuarono a pensare si trattasse di qualcosa all’interno della nostra galassia. Il concetto stesso che qualcosa fosse al di fuori della (sola ed unica!) Galassia, faceva tremare le fondamenta dei dogmi e teorie dell’epoca.

Lo statunitense Vesto Slipher, nel 1912, utilizzando uno spettroscopio riuscì a determinarne il moto e la velocità radiale, ovvero la velocità di un oggetto (stella o galassia che sia) in direzione della linea di vista. Un sacco di paroloni per un concetto semplice: la misurazione della velocità con la quale un oggetto celeste si muova nella nostra direzione (o si allontani). Il risultato fu sorprendente: non solo Andromeda non era ferma, ma si stava (e si sta) avvicinando con una velocità di circa 300 km/s.

Sì, si avvicina e, sì, siamo in rotta di collisione.

Tra circa 2.5 miliardi di anni – pausa drammatica – le nostre galassie collideranno.

Dopo un’attenta analisi delle fotografie che, ormai, venivano periodicamente scattate ad Andromeda, un altro statunitense, Heber Curtis, nel 1917 osservò altre, diverse, supernove all’interno dei bracci (sì, bracci, non braccia) evidenziati sulle lastre fotografiche. Questo avvalorò la tesi che quell’oggetto non contenesse solo polveri e gas, ma anche stelle. Non solo. La stessa teoria sarebbe stata valida, secondo i suoi sostenitori, per molte delle altre “nebulose a spirale” osservate in quegli anni.

Il 1920 fu l’anno del Grande Dibattito fra gli americani Harlow Shapley e Curtis, in cui quest’ultimo difese, a spada tratta e con fervore, la sua teoria di “universo isola”, insistendo sul fatto che le nebulose a spirale dovessero necessariamente essere molto più lontane di quanto si pensasse, molto più grandi e complesse. Altro che nebulose!

Il colpo di grazia ai vecchi dogmi venne dato, prima, da un astronomo estone, Ernst Öpik, che nel 1922 presentò il proprio metodo per determinare la distanza di Andromeda, che stimò in 1.5 milioni di anni luce e, poi, dallo statunitense Edwin Hubble, che nel 1925 identificò in Andromeda alcune variabili Cefeidi nel materiale fotografico a sua disposizione. Queste stelle variabili sono delle giganti gialle che contraendosi ed espandendosi modificano la propria luminosità, con fare periodico e preciso. Utilizzando il periodo di pulsazione di questi oggetti, le informazioni a lui già disponibili ed i calcoli e metodi sviluppati in quegli anni, divenne chiaro, una volta per tutte, che Andromeda fosse una galassia indipendente, decisamente lontana, troppo, per far parte della nostra.

Per la prima volta, la si collocò all’esterno di quello che si pensava essere l’unico sistema di riferimento, si diede il nome galassia a qualcosa che, fino ad allora, si pensava essere all’interno della Via Lattea. E’ proprio questo il motivo per cui la Via Lattea ed il termine galassia sono strettamente legati: nessuno, inizialmente, avrebbe osato pensare che di galassie ce ne fosse più d’una. O due. O mille. O centinaia di miliardi (ad oggi, la stima più probabile).

E’ grazie all’impegno, perseveranza, cocciutaggine, studio ed estenuanti fatiche degli uomini sopra citati (e chissà quanti altri, rimasti più o meno nell’ombra) che siamo giunti a questa destabilizzante consapevolezza. Ancora una volta, non siamo al centro dell’universo. Anzi. Il nostro universo s’è appena ingrandito. Là, fuori, c’è qualcosa, c’è molto, che pensavamo esser qui, dentro.

Scienziati, uomini di scienza, uomini. E le donne? A casa a cucinare! Sarebbero dovuti passare ancora decenni prima di arrivare ad @AstroSamantha. Ma questa è un’altra storia.

Un ulteriore contributo di Hubble fu quello, nel 1925 (ed aggiornato in seguito), di creare un sistema volto a catalogare le diverse tipologie di galassie osservate ed osservabili ai suoi tempi. Basandosi sulla morfologia visuale di questi oggetti, le divise in ellittiche, a spirale semplice e barrata. L’aggiornamento incluse nuove tipologie (quelle irregolari, ed esempio) meno comuni, precedentemente accorpate ad altre famiglie o più difficili da osservare ed identificare. Si dava, in questo modo, un primo strumento di catalogazione di quanto osservato.

Le galassie ellittiche vengono classificate in base alla loro ellitticità, ovvero in base a quanto appaiano tondeggianti o schiacciate, allungate. Hanno la forma di una palla, di una pillola, non sono schiacciate come una piadina. Osservandole, lasciano trasparire pochi dettagli e possiedono, al loro interno, una quantità bassa di materia interstellare. Questa materia, come già discusso, è alla base dei meccanismi di formazione delle stelle, fornendo, tramite gas, polveri e nebulose, la conditio sine qua non alla radice della genesi stellare. Il tasso di formazione di astri luminosi, pertanto, risulta particolarmente ridotto o assente. Venendo a mancare la materia prima, ciò che si osserva sono stelle generalmente vecchie, evolute, che ruotano attorno ad un comune centro di gravità secondo direzioni apparentemente casuali, non riconducibili a moti o correnti specifici. A livello fotografico, sono quelle che offrono meno soddisfazioni. Eccone alcune, più o meno tonde, più o meno allungate, più o meno in equilibrio.

Le galassie a spirale (semplice o barrata) sono sicuramente più appaganti, a livello estetico. Non sono tondeggianti e “spesse” come le ellittiche. Sono composte da un disco più o meno appiattito di stelle e materia interstellare che ruotano attorno ad un centro comune. Proprio al centro presentano un rigonfiamento, una sorta di piccola galassia ellittica, chiamato bulge, bulbo centrale, composto da una moltitudine di stelle vecchie, tipicamente rosse e fredde, nate insieme alla galassia. In questo punto lo spessore del disco è maggiore rispetto alle aree periferiche della galassia. Dal bulbo, si diramano i bracci di spirale, zone dove la concentrazione di materia è maggiore e le stelle sono più giovani o in fase di formazione. Queste fucine termonucleari si muovono all’interno ed esterno dei bracci, venendo assoggettate, pertanto, da diverse forze attrattive a seconda della loro posizione nel disco. La velocità alla quale si muovono subisce rallentamenti ed accelerazioni che, nel complesso, disegnano quella tipica forma a spirale. Immaginate di trovarvi su un aereo e di osservare il traffico notturno, in tangenziale, sotto di voi. In corrispondenza dei caselli e rampe, le auto (le stelle…) rallentano e formano degli ingorghi (con il tipico avanzare “a singhiozzo”) ben visibile dal nostro punto di osservazione, data l’elevata concentrazione di veicoli e luci accese. Nelle zone prive di traffico, invece, le auto sfrecceranno velocemente, senza creare ingorghi, evitando di concentrare la luce dei propri fanali in uno spazio ristretto. Questo “traffico a singhiozzo”, trasposto in termini astrofisici, è esattamente quanto osserviamo puntando gli strumenti verso questa tipologia di galassie. Alcune delle galassie a spirale, tra bulbo e bracci, mostrano una struttura lineare a forma di barra. Si pensa che queste strutture stellari siano temporanee, dovute all’interazione gravitazionale con altre galassie o ad un’onda di densità che si irradia in direzioni opposte a partire dal nucleo. Qualsiasi sia il motivo di queste formazioni, la nostra galassia, la Via Lattea, è proprio una di queste: una spirale barrata.

Si notino, nelle precedenti fotografie, le zone, nei bracci, di formazione stellare. Sono facilmente identificabili, specialmente in M51, in quei globuli rossastri e nei conseguenti ammassi stellari. Ed Andromeda? Beh, trattasi di galassia a spirale semplice.

Tutto quanto non catalogabile come ellittico o a spirale, prende il nome di galassia irregolare. Queste formazioni peculiari sono, probabilmente, il risultato dell’interazione e scontri tra più galassie. In questo caso possono formarsi delle strutture ad anello, lenticolari, amorfe. Un esempio, tra tutte, le due nubi di Magellano che subiscono l’influenza della nostra galassia. Eccone altri esempi.

Come interagiscono le galassie?

L’interazione più soft è quella gravitazionale, a distanza. Quella che intercorre tra noi e le Nubi di Magellano. Si dà luogo, pertanto, a delle forze mareali, all’origine, in alcuni casi, di scambi di gas e polveri tra i due sistemi galattici. Una sorta di scambio di figurine. L’influenza esterna, soprattutto per le galassie più piccine, è spesso causa di alterazioni degli equilibri interni. Ne conseguono forme e comportamenti atipici.

Un fenomeno più accentuato si verifica quando una galassia, nel suo moto, passa attraverso un’altra con una velocità sufficiente per non andare incontro alla fusione delle due. Piuttosto che come due solidi, ne dovete immaginare la consistenza gassosa, rarefatta. Se la velocità di una delle due galassie è sufficiente a vincere l’attrazione gravitazionale a cui andrà incontro, allora lo scontro sarà solo un evento relativamente breve (in termini astronomici) e temporaneo. Le due galassie, profondamente modificate, continueranno ad esistere ed a procedere nel loro evolvere. Durante le fasi di prossimità ed attraversamento, ci sarà un notevole passaggio di materia tra i due corpi, fenomeni di marea gravitazionale e compressione delle nebulose, dando origine a spiccati e diffusi eventi di formazione stellare, gli starburst. Il risultato delle interazioni di questo scontro, accentuate e profonde, sono la possibile creazione di barre, anelli o strutture piatte ed anomale all’interno dei due titani.

Nel caso in cui la velocità delle galassie non sia sufficiente, le interazioni tra le due porteranno, inesorabilmente, alla fusione delle singole strutture in un’unica. Qualora le dimensioni degli oggetti siano simili, il risultato sarà, tipicamente, ellittico. Se, invece, una delle due galassie è sensibilmente più grande dell’altra, possiamo parlare di cannibalismo galattico. In questo caso la galassia maggiore non subirà stravolgenti mutamenti e fagociterà, al proprio interno, il contenuto di quella dalle dimensioni minori.

Ovviamente, quanto si applica a due galassie vale anche per 3, 4, o più. Non sono rari i casi in cui le interazioni, scontri e fusioni avvengano tra ben più di due attori, dato che la maggior parte delle galassie sono legate in strutture gerarchiche di ammassi (fino a poche decine di galassie) e superammassi (che ne contengono fino a decine di migliaia). La Via Lattea, ad esempio, è nel Gruppo Locale, un ammasso (le cui dinamiche sono dominate da noi ed Andromeda) che comprende circa 70 galassie, a sua volta, posizionato nel superammasso della Vergine. Quest’ultimo, con altri superammassi, confluisce a formare il Superammasso Laniakea, una superstruttura che si estende per oltre 500 milioni di anni luce (in confronto, il Gruppo Locale ha un’ampiezza di soli 10 milioni di anni luce). Anche qui, al solito, tutto influenzato e legato dalla “banale” forza di gravità. Scatole cinesi.

Nelle seguenti immagini, riporto alcuni tra i più spettacolari esempi di questi incontri e scambi, ripresi dal telescopio Hubble.

Ci sarebbe ancora molto da dire sulla Via Lattea e su queste fantastiche e meravigliose formazioni, ma credo di essermi dilungato fin troppo. Rimando i dettagli sulla loro formazione, composizione e moto a futuri interventi.

Certo che, ora, mi sento davvero piccino. Altro che sapiens-centrismo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...